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Il Santuario della Madonna dei Bisognosi
Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia  maggiori info autore

Le strutture architettoniche.

Tra leggenda di fondazione e storia, le strutture architettoniche, i
precedenti cicli pittorici. Petrus e Desiderio, insieme a un anonimo Maestro che convenzionalmente chiamiamo di Farfa, lavorano nel santuario della Madonna dei Bisognosi in Abruzzo (1), posto su un’altura detta Serrasecca in buona esposizione a sud-ovest, verso la sottostante piana del Cavaliere, contornata dai monti Sabini, Carseolani e Simbruini, spartiacque tra i bacini dell’Aniene e del Liri, cerniera tra la Marsica, il Reatino e il Sublacense, non distante dalla Tiburtina-Valeria diretta all’Adriatico.
 
 Veduta panoramica del Santuario della Madonna dei Bisognosi
 
Vi si giunge per una comoda strada che si stacca dalla provinciale di collegamento tra Rocca di Botte e Camerata Nuova, ed è unito a Pereto da un sentiero montano e da una via campestre asfaltata. Fino agli ultimi anni Settanta un ampio flusso di pellegrini, organizzati in compagnie provenienti dalle vicine valli del Turano, del Salto, dell’Aniene, ma anche dal Fucino e da più lontano (2), percorrevano l’ultimo tratto a dorso di mulo o a piedi, seguendo il calendario di particolari ricorrenze. La devozione odierna invece, espressa in forma per lo più privata, si concentra in estate, mentre si sta perdendo il senso della ritualità e dei percorsi (3). Non è facile risalire all’epoca di fondazione del santuario, che ha avuto un’ininterrotta continuità di culto: una fonte rinvia ad un’altra, con conseguente manipolazione dei dati, e anche le informazioni che sembrano sicure vanno trattate con cautela (4). 
 

  

  

 

  

  

Qualche aiuto può giungere dall’analisi delle strutture architettoniche e dallo studio della decorazione pittorica interna. La leggenda è stata riferita quasi ininterrottamente dal Mille a oggi (5), seguendo gli alterni ritmi di infiacchimento e rilancio votivo, con punte di redazione comprese tra il XVII e il XVIII secolo (6), con arricchimenti della trama selezionati per stimolare nei fedeli buoni comportamenti. Gli estensori hanno sempre rispettato il nucleo primitivo della vicenda e aggregato sezioni facilmente memorizzabili dalla gente (7). Era sufficiente che la trama fosse veridica più che vera, che funzionasse come un “rituale”, legando pezzi anche elaborati in epoche diverse, difformi per tipicità formulare (8), rispondendo al bisogno di exempla più che di effimere curiosità. Il racconto si è dunque adattato ai diversi momenti storici in cui è stato letto e creduto, con particolari ricavati dalla comune esperienza. Non si badava alla somiglianza con le storie di altri santuari(9), o che la vicenda apparisse costruita a tavolino in modo macchinoso. Essa soprattutto esaltava la fiducia incrollabile in Maria, soccorritrice in diverse difficoltà (nemici esterni, onde del mare, rovesci economici, dolorose perdite familiari), tale da giustificare il titolo di Mater egenorum, solerte e discreta nelle apparizioni, affettuosa nei dialoghi.
  
I frutti erano una famiglia ricomposta e la spontanea conversione al Cristianesimo di un ebreo, coronata da opere di carità, mentre a nulla erano valse le esortazioni precedentemente fatte dall’amico cristiano, forse aprendo uno spiraglio sull’inopportunità dei battesimi forzati, propagandati con successo nel Quattrocento dai frati Minori della Regolare Osservanza, e condotti per lo più in oratori al cospetto di simulacri divini o nel corso di divine apparizioni (10). Altri fatti invece, plausibili nel migliore dei casi, sono resi veritieri da precise coordinate storiche e geografiche. Ad esempio l’invasione in Spagna degli Arabi provenienti dall’Africa, con danno a Siviglia originaria sede del culto mariano, si dice oscilli tra il 606 e il 610, negli anni del visigoto cristiano Sisemberto e del vescovo Isidoro (11), ma sappiamo che i riferimenti vanno spostati di almeno cento anni (12). I navigatori toccarono poi le coste pugliesi, greche, spagnole e abruzzesi, tappe allora ben note del traffico mercantile, anche se nel contesto di impro-ponibili distanze e di incongrui tempi di percorrenza. Alcuni fatti invece sembrano certi. 
  
Il prestito a interesse, ad esempio, con mallevaria di un testimone e garanzia della restituzione calcolata a un anno (margine insolitamente ampio per tale tipo di contrattazioni) era usuale mezzo per avviare e sostenere modeste imprese nel tardo Quattrocento. Ed è quella la probabile epoca del rimpasto della narrazione, ripresa in probabile concomitanza della ristrutturazione dei locali (13). Aggiungiamo anche l’illecito tasso di interesse nel prestito su pegno e la dubbia credibilità della parola data da un mercante ebreo,  ovviamente ricco e praticante usura, a un cattolicissimo andaluso. Ricordiamo inoltre che la nostra sede si trovava nel tardo XV secolo in un distretto del regno di Napoli in cui il piccolo prestito era comune strumento creditizio, e che gli Aragonesi, più che tollerare gli ebrei, li sfruttavano con la fiscalità ordinaria e straordinaria condizionata dalle variabili del calcolo politico, offrendo protezione e immunità che le altre categorie laiche ed ecclesiastiche, specie gli agguerriti Osser vanti, non tolleravano (14). Tali fattori dovevano essere dunque presenti al colto estensore della leggenda, che fu compilata per narrare una vicenda che oltrepassava la devozione e i confini del luogo geografico (15). Non era poi casuale che si trasferisse in una nuova sede, anche se modesta, una statua lignea della Madonna, già colma di venerazione in un santuario antico e magnifico, in una regione ove il cattolicesimo era da tempo penetrato, ai limiti del mondo allora conosciuto, minacciato dagli “arabi”. Noi sappiamo infatti che nel Quattrocento i musulmani trasformavano in moschee le chiese dedicate alla Vergine. 
   
Siviglia inoltre a quell’epoca era un animato porto fluviale sul Guadalqivir, drenato periodicamente da correnti, fiore all’occhiello della politica navale dei re spagnoli perché snodo obbligato dei traffici tra il Mediterraneo, l’Europa nord-atlantica e i paesi arabi, frequentato da intraprendenti mercanti di ogni nazione, compresi gli italiani, porto specializzato nell’esportazione di prodotti alimentari (vino, olio, cereali, pesce) e materie prime (lana, pelli, piante tintorie), ma anche scalo e deposito di merci importate (soprattutto oro, prima dall’Africa e poi dall’America Latina), nonché solida piazza finanziaria, gestita in un clima di pacifica convivenza da cattolici, ebrei e conversos (16). Le tappe del viaggio erano la Puglia, nota per i numerosi approdi e il consistente volume dei traffici (17), e la costa frentana (18), legate commercialmente via mare (19) come anche dal breve e impervio tratto della via degli Abruzzi, pericolosa per la larga frequentazione (20). Si trattava dunque di aree confinanti, punteggiate da numerosi scali naturali, che coincidevano con gli sbocchi fluviali, meno sabbiosi a quell’epoca e più percorribili, con attrezzature efficienti anche se modeste (21), utili agli scambi procurati dalle fiere e dai transiti interni lungo i maggiori assi stradali e lungo una fitta rete di sentieri. 
  
Uno di questi fu forse calcato a ritroso dalla mula con la cassa, morta appena giunta sul nostro pianoro dei Simbruini (22), secondo un consolidato topos narrativo (23). Infine il culto, introdotto nel circuito minimo delle grazie concesse a privati, sedava conflitti forse maggiori di quelli procurati da centri equamente distanti (24), anche se all’epoca della presunta fondazione non esistevano ancora nuclei abitati (25). L’oratorio tuttavia doveva esistere tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, quando si diffuse largamente in Europa il culto alla Vergine (26). Ne dà conferma la più antica, anche se dubbia, tradizione letteraria e documentaria (27), mentre nel Duecento si parlava genericamente di un’abbazia (28). Per quanto attiene l’architettura, non è facile datare le strutture più antiche (29).
  
L’originario oratorio, edificato dai leggendari protagonisti, custodiva la statua
della Madonna tuttora venerata (30), la cassa (arca) usata per il suo trasporto, il
bastone da viaggio di Fausto (31), le sue ossa e a quelle dei compagni, onorate come reliquie. Sul fianco settentrionale dovevano esistere anche alcune stantiole piccole per la residenza e il servizio dei pellegrini, complesso poi ampliato con le offerte dei devoti (32), consacrato secondo la tradizione dal papa marsicano Bonifacio IV l’11 giugno del 610 sciogliendo un voto di guarigione a Maria (33), quando emise un gran numero di indulgenze coincidenti con il festivo di s. Barnaba, discepolo di Paolo, e con il successivo giorno dedicato all’eremita Onofrio (34). È certa invece l’esistenza della chiesa di S. Maria di Serrasecca (santuario è termine tardo), unita alla vicina S. Maria di Oricola tra quelle del circondario di Carsoli che servivano i bisogni della rada popolazione rurale resistente alla generale crisi tardomedioevale di spopolamento, obbligate nel 1324 a versare le decime al competente vescovo dei Marsi (35). Nel 1402 la nostra chiesa era gestita da un rettore (36). Ora anche i più antichi affreschi del santuario, coperti in parte da quelli oggetto del nostro studio, vanno datati tra il secondo Trecento e il primo quarto del XV secolo. 
  
Se plausibilmente il piccolo luogo di culto era in principio rivolto a nord-est, verso il sentiero montano che giungeva da Pereto (37) , questo divenne in seguito il presbiterio di un’aula aggiunta alle spalle, diversamente orientata, con ingresso e archi gotici, dipinta sembra a più registri con scene commentate da epigrafi. Gli ambienti erano uniti da un corridoio, anch’esso affrescato a partire dal tardo Trecento (38), con un arco aperto per agevolare la visione della statua mariana e del crocifisso ligneo (39), schermati da una cancellata in ferro. Di lì a poco fu aggregata quella che oggi chiamiamo l’aula quadrata (m. 5,30x6,05), innervata da cordoli di crociera che poggiano su colonne con capitelli in pietra poi dipinti, ambiente utilizzato per specifiche liturgie o come coro da una piccola comunità di religiosi. Il primo strato di affreschi di tale vano, come alcuni pannelli nel citato ambulacro deteriorati o consunti dal passaggio dei pellegrini, sono di un tale Jacopo di Arsoli, un pittore attivo tra gli anni Venti e Quaranta del Quattrocento. Lo documenta un’epigrafe a caratteri gotici corsivi, analoga ad altre frammentarie e sparse, di difficile lettura (40). 
  
I dipinti furono scalpellati quando si pensò di rilanciare l’ambiente con il ciclo mariano, eseguito per lo più da Desiderio da Subiaco [21, 27], collaudato pittore di scene edificanti, sembra in diverse tappe verso e poco dopo il 1488 (v. cap. III. 2. 1) (41). Contestualmente Petrus decorava sulla parete est il solo riquadro con s. Anna, la Madonna e il Bambino venerate da un francescano protetto da s. Sebastiano e opposto a un devoto ([26]; v. cap. V. 2. 1), mentre il Maestro di Farfa, forse all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, interveniva nel presbiterio interno allora riattato ([22]; cap. III. 2. 1), dipingendo i santi Rocco e Sebastiano nei pilastri interni dell’arco di ingresso le storie mariane sulla volta ovoidale e quattro episodi della leggenda di fondazione sulle pareti, di cui ne restano due (42): l’arrivo della mula cavalcata da Maria e da Gesù in carne e ossa, (43) e Fausto che miracolosamente e dopo peripezie ritrova Procopio: lieto fine per una vicenda ricca di colpi di scena e densa di significati. Furono invece intenzionalmente conservati alcuni dipinti dell’antica chiesa, tra cui quelli nella faccia interna dei pilastri dell’arco presbiteriale risparmiato dal nuovo edificio, costruito tra il 1768 e il 1780 su iniziativa e spesa dei Colonna (44) e progetto dell’architetto Francesco Fontana di Avezzano (45), forse un membro di quel numeroso gruppo attivo nell’Urbe e in provincia (46), erede dei numerosi lombardi specializzati, migrati lungo i corridoi appenninici e da tempo residenti in Abruzzo non solo lungo la costa (47).
 
Testi tratti dal libro Pittori di frontiera
 
 


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