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L'iconografia del giudizio
Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia  maggiori info autore

Crediamo sia utile discutere in questo paragrafo il complesso tema del Giudizio, valutato nel sistema più vicino all'uomo delle ricompense e delle pene assegnate post mortem, per cui, come affermava il noto predicatore domenicano Giordano da Pisa a inizio Trecento, conveniva in questo mondo stare in penitenza e stare netti. Se viene scelta, tra le molte possibili, la scansione bipolare alto/basso [22], con la parte nobile occupata dal paradiso ove si ascende, valicando il proprio limite, e l'ignobile inferno in basso, alla sinistra di Cristo, verso cui si cade, mostrando i tormenti in primo piano (101), è perché fosse chiaro il destino finale cui era chiamato ciascuno, inserendo il tema in un'ottica ecclesiale più ampia e non punitiva (102). 
 
Infatti la comunità dei santi, dei patriarchi, dei profeti, degli evangelisti, degli apostoli, dei martiri, dei dottori, dei papi, dei cardinali, dei vescovi, dei chierici e dei diaconi, dei monaci e dei frati, delle vedove e delle vergini, riuniti in gruppi e precisati qualche volta da epigrafi (103), si intreccia a coloro che risorgono dalla terra con il corpo giovanile incorrotto (104), mentre a tutti è promesso di godere la presenza di Dio, conquistabile fino al momento del giudizio con l'intercessione della chiesa trionfante [32] (105) . Moderiamo dunque la tradizionale interpretazione negativa, perché anzi la contemplazione del cielo e l'emulazione dei santi stimolavano i fedeli a superare certa distrazione dell'animo e a schematizzare in immagini un'articolata dottrina. Non sorprenda inoltre la posizione del dipinto sulla fronte del presbiterio interno dell'oratorio (106); non sorprenda l'assenza del purgatorio, quella regione per i mediocremente buoni e i mediocremente cattivi già indicata da Agostino e Graziano, teorizzata dalla Scolastica parigina fin dal tardo XII secolo, e la cui esistenza venne dogmaticamente sancita nel concilio di Firenze del 1439.
  
La realtà del Giudizio crebbe in realtà con il sistema giudiziario civile e con il progressivo affermarsi della borghesia, convinta di acquistare meriti con il calcolo delle preghiere domenicali pronunciate da parenti e da amici, con celebrazioni in suffragio, elemosine, offerte, opere pie, indulgenze lucrate per mitigare le pene derivanti da colpe di cui non era stata soddisfatta o non era conclusa in terra la riparazione, e per le quali si confidava in un tempo ancora utile di "solidarietà" (107) , tempo compreso tra il giudizio individuale, cui si veniva sottoposti con la morte, lasciando libero campo al rifiuto delle cattive ispirazioni (108) , e quello finale e collettivo, premiato nel migliore dei casi con la visione di Dio (109) . Anche nel nostro caso il giudizio deve essere ancora pronunciato e ciò per coinvolgere maggiormente gli osservatori (110).
 
Puntando ora l'attenzione sul paradiso [32], che occupa una vasta zona del
nostro affresco (111), troviamo dapprima i del tutto buoni, assorbiti nella lode e nella contemplazione di Dio; sono coloro che dopo il battesimo non hanno commesso colpe o le hanno espiate con buona volontà, citati spesso nelle visioni dei mistici (112) , invocati nei formulari liturgici (113) e nei testamenti ad recommendationem animae (114). Gli eletti, rigorosamente distinti nei sessi (115), siedono in masse compatte a raf-forzare gerarchicamente il potere di Cristo. Spiccano su un fondo chiaro, allusivo alla pace e alla levità del sesto cielo, e come avvocati di un tribunale d'appello invocano la misericordia di Dio. Il loro unificato gesto di preghiera, a mani giunte all'altezza del petto, con le dita distese e parallele in segno di supplica e di totale remissione al Padre,
è corroborato talvolta dalla genuflessione recta delle gambe (116). 
 
In dettaglio elenchiamo i personaggi comunemente rappresentati a partire dal Medioevo (117) . Vi sono anzitutto i patriarchi, cioè i giusti che vissero prima di Cristo, primi tra i risorti da Lui liberati nel limbo (118). Seguono i profeti, tra cui Giovanni Battista, primo salvato dei non battezzati, intento come la Vergine nella deesis(119) ; poi gli evangelisti, spartiti a coppie ai lati di Gesù (riconosciamo l'anziano Giovanni), e gli apostoli, divisi in gruppi (Mt 19, 28), capeggiati a destra da Pietro in compagnia di Paolo. Quest'ultimo era diretto testimone dell'Eterno perché fu elevato al terzo cielo, ed era spesso invocato in suffragio dell'anima dei defunti, associato anche all'arcangelo Michele per accogliere i buoni nel paradiso(120). Seguono i martiri, emblematicamente riassunti da Sebastiano, e i dottori della Chiesa (121) ; ultimi sono i monaci, capitanati da Benedetto, e i religiosi, condotti da s. Francesco, le cui rispettive famiglie erano tradizionalmente impegnate nel salvare le anime neglette con preghiere, veglie ed elemosine (122). 
 
Inoltre ci sono le vedove, che intercedono soprattutto per i coniugi (123), poi le vergini, madri spirituali di ogni anima, con il volto raggiante e il velo cinto da corone, poste vicine a Maria (124), donna per eccellenza senza macchia, il cui affettuoso ruolo di mediatrice era essenziale nei due tipi di giudizio (125). Infine scorgiamo i vescovi e i papi, meritevoli di ritrovare in cielo le insegne del loro zelante servizio, confusi a sacerdoti e ad anonimi, che poterono usufruire almeno di un Requiem e di un'Ave Maria. Nell'affresco vi sono anche gli angeli con la croce e la colonna, cioè con alcuni strumenti della Passione di Cristo (126), e l'arcangelo Michele, prepositus Paradisii dopo la cacciata dei progenitori, che impugna la spada con la quale respinse Lucifero. Egli pesa le anime nella fase giudiziaria che precede la sentenza (127), mentre sui piatti della bilancia vi sono le personificazioni delle cattive e delle buone azioni compiute dagli uomini: una si strappa i capelli e pende a sinistra, l'altra prega serenamente in ginocchio, certa che le buone opere saranno offerte all'altare di Dio (128) . 
  
Mancano invece nell'empireo abruzzese le nove gerarchie angeliche, precisate anche con interne distinzioni nel trattato elaborato a inizio VI secolo dallo Pseudo-Dionigi l'Aereopagita (129), testo che ebbe larga fortuna nell'Occidente latino. Esse erano citate anche nelle visioni di età medievale e moderna (130) e nella pur sobria liturgia romana. Queste sono invece raffigurate, senza distinzione tra gradi superiori e intermedi, nel Giudizio che orna la controfacciata della chiesa di S. Maria Assunta a Sermoneta, che crediamo dipinta dal Maestro di Farfa (v. cap. III. 3. 1. b). I cherubini sono nella mandorla intorno a Gesù, con il capo a sei ali e il volto scoperto in contemplazione delle verità divine [tav. IIIa]; i troni, le dominazioni e le virtù, precisati dai nomi sulle aureole e intenti a suonare la musica celeste (131), poggiano sui ripiani che sporgono dal portico finestrato che introduce al paradiso [33], sotto il quale Pietro, largamente invocato nei testi liturgici, nelle omelie e nelle preghiere di suffragio, ma soprattutto segno della mediazione operata dalla Chiesa, accompagna re e prelati (più scadente è la relativa scena nell'affresco di Desiderio in Abruzzo [22]). 
  
Nei dipinti mancano anche gli angeli con le tradizionali buccine che annunciano la fine dei tempi, o con i libri della rivelazione e i filatteri delle sentenze evangeliche. Svolgono invece un ruolo determinante i guardiani del paradiso terrestre, che già godono la familiarità di Dio. Sono il profeta Elia, rigoroso asceta e intrepido nel difendere la Scrittura contro i culti cananei, ed Enoch, scriba di giustizia e settimo della serie dei patriarchi tra Adamo e Noè, entrambi vivi perché secondo la tradizione furono risparmiati alla morte e trasferiti al terzo cielo, soglia dell'em-pireo. In attesa dell'ultimo giorno smascherano le opere dell'Anticristo, ma da lui uccisi ascenderanno dopo tre giorni (132) ; intanto si dolgono per la stoltezza degli uomini, attendendo fiduciosi sino all'ultimo istante le anime liberate da Cristo (133). Essi indicano con la mano il Risorto, nodo dell'intera composizione, seduto in posa ieratica quale Pantocratore, sofferente ma giudice, incluso nella mandorla di luce del settimo cielo, presente anche nell'affresco di Sermoneta [tav. IIIa] (135) . 
  
Le sue mani non puniscono né benedicono: la destra, che corrisponde al lato migliore, evidenzia le piaghe della Passione e accoglie l'intercessione della Vergine; la sinistra preme un fiotto di sangue dal costato, ferita più preziosa delle altre, sorgente di salvezza per i vivi e per i morti (136), che un'antica tradizione diceva non corrispondere al lato del cuore (137). L'ostentatio vulnerum in particolare, corroborata dal capo inflitto di spine, documenta la prolungata sofferenza sulla croce dell'uomo-Dio, il cui amore per gli uomini diveniva per questo efficace (138), tema largamente discusso nel Medioevo e ripreso nel Quattrocento specie in ambito francescano (139) e Osservante, ma anche oggetto di culto collettivo e privato, fino a rivestire particolari accenti di crudo realismo. Il candido giglio che gli spunta da una guancia, segno della grazia divina elargita nel momento finale, ma anche di beatitudine, integrità e purezza per gli eletti che hanno seguito la volontà di Dio (140) , fa pendant con la spada a doppio taglio, strumento di severo giudizio (141), presenti entrambi nell'iconografia occidentale dell'inizio del Trecento (142), e perduranti nella pittura e nella stampa nordeuropee fino ai primi del XVI secolo (143). Ora il colore del sangue di Cristo è rosso e denso, tinta (ruber) per eccellenza, e indica la pienezza dell'amore, fonte di vita e di energia (robur) (144). 
  
Il Risorto, dolce e umano, è l'antagonista di satana, che occupa invece un largo spazio in basso, a mostrare il contrasto tra lo spiritualmente bello e il solennemente spaventoso e ridicolo (145) . Questi è più grande di Gesù ([35]; a Sermoneta è ripetuto a lato [34]), ma gli si sottomette perché obbligato a occupare con le sue sproporzionate membra l'an-gusta e tetra caverna, infestata da demoni alati di minori dimensioni. È il re malvagio che profana e insieme conferma il sacro (146), solo e isolato in opposizione all'amore trinitario, seduto come unico elemento stabile nel regno del disordine, segno dell'ordine negativo vigente sulla terra (147). È anche impotente, perché trattenuto da incandescenti catene di ferro (148), onorato da boia e dannati ritratti in pose convulse (149), diverse dall'elegante flessuosità di coloro che risorgono (150) o degli eletti compostamente seduti nel cielo. È dunque l'eversore che scardina i valori, che separa con tentazioni personalizzate gli uomini tra loro (dal verbo greco diabàllo), illusi sul senso della vita non illuminata dalla fede, anche se egli non ha potere sulla volontà e sul libero arbitrio. È poi deforme e in continua mutazione, perché è vuoto, fiacco ed inconsistente (151). 
  
Ha inoltre una doppia natura: il corpo e le estremità sono umanoidi, le articolazioni delle ginocchia hanno protomi canine e denti acuminati (152) ; il viso trifronte è una maschera che ghigna con sarcasmo (153) ; la capigliatura è irsuta, gli occhi bruciano di efferatezza; le zanne sono penetranti come le corna; gli orifizi sono occupati dai dannati, alcuni dei quali vengono espulsi nelle regioni basse dall'ano, secondo il ritmo incessante dell'oralità distruttrice (154) . Il colore del corpo inoltre è di un rosso cattivo ("roscio"), opposto a quello (brillante) del sangue di Cristo; per l'immaginario collettivo egli è dunque impuro e perverso (155). Anche i demoni seviziatori dal corpo umanoide (156), in genere più grandi delle vittime cui infliggono torture esiziali (come mostra il sangue copioso che goccia dalle ferite (157) ) hanno le sembianze di colore verde e giallo-acido, desaturati in questo am-biente corrosivo del sublime grottesco [35] (158) . 
  
Il verde ad esempio è una tinta fredda, meno attiva delle altre, instabile e inaffidabile (si addice ai veleni); se combinato alla sensazione del viscido e del ripugnante (159), evoca i serpenti, numerosi nel nostro dipinto. Questi mordono, afferrano, stringono, simboleggiando la cattiva coscienza, cruciano come i vermi (160), i piccoli draghi, le tartarughe (161), gli scorpioni, sinonimo nella Scrittura di atroce tormento (Ap 9, 5) (162) . Anche il giallastro ha un carattere negativo, specie se tende al verde o è ad esso associato; disturba infatti il naturale bisogno di quiete dell'occhio ed è segno di falsità, invidia, avarizia, tradimento e malvagità (163) . Un altro elemento domina lo scenario, accentuato dal contrasto delle tinte. Il fondale roccioso, arretrato e scuro, è opprimente e opaco, perché non vi penetra la luce divina: è il regno delle fitte tenebre (Gb 10, 22), provocate sia dalla massa dei corpi (lo affermava Tommaso d'Aquino), sia dalle membrane dei pipistrelli, distese a infestare, molestare e colpire in rapido volo i malvagi (164). 
  
Inoltre in questo luogo sempre attivo di morte si esaltano il fuoco, sprigionato in fiaccole dalla terra per punire le anime con il calore e le ustioni (165) , e il rumore, provocato dalle torture inflitte dai demoni ed espresso in pianti, gemiti, ingiurie e grida (166), ma anche in sibili, fruscii, tagli, strappi, mutilazioni, sventramenti ed eviscerazioni, in fissaggi alle tavole con chiodi, in perforazioni eseguite con uncini, pali e grappe (167), o con gli stessi strumenti del lavoro artigiano, da utilizzare con precisi gesti; siamo infatti nell'unico luogo dell'aldilà ove sia possibile svolgere lavori manuali. Inoltre in questo crudo scenario sono bene illustrate le pene infamanti e derisorie, che vilipendono l'anima, resa più fragile dal mancato rivestimento del corpo (168) . Osserviamo le prese per i capelli, gli avvinghiamenti, le torsioni, gli atter-ramenti proni e supini, gli assalti e le cavalcature di spalle, le sospensioni a testa in giù per un piede con corde e catene (169), segni delle relazioni asimmetriche intrecciate tra chi offende e chi subisce (170), casi di un repertorio vasto, documentato ad esempio con macabra curiosità in alcuni codici miniati di argomento storico (171), e solo in parte specchio del coevo sistema giudiziario (172) . 
  
I seviziati inoltre peggiorano con la nudità la loro condizione degradata, perché neppure indossano gli abiti dei laboratores, abituati a subire pene e ultimi nel gradino della scala sociale (173). Sono anche asessuati, perché la loro individualità è perduta per sempre; i capelli lunghi e castani (giallastri) li fanno somigliare poi alle donne, inferiori all'uomo, considerate per tradizione coacervo di peccati (174) . Sono quindi monstrua, logorati da una violenza che è appena iniziata e che riproduce, inverte o amplifica il vizio commesso (175). Del resto nell'immaginario aldilà si proiettava il desiderio di veder trionfare la giustizia (176), e le coscienze, più che intimorite dai castighi divini, erano esortate a discernere le proprie azioni e a vivere rettamente (177) . Ecco dunque in aiuto per i fedeli l'aldilà a settori, ecco raggiunti i medesimi scopi della predicazione, specie di ambito Osservante, espressa nei festivi e la domenica, o con continuità giornaliera e per ore nei tempi forti di Avvento e di Quaresima (178) . 
 
Bisognava riscaldare gli animi, consolidare la fede con semplici messaggi, suscitare una prolungata emozione (179), correggere gli errori, guidare il fedele a un buon esame di coscienza, prima che si avvicinasse alla confessione auricolare, sua immediata verifica (180). Ipotizziamo dunque per i nostri affreschi una committenza esigente, che ha orientato i pittori ad organizzare un complesso programma didattico. Certo non fu il clero curato, generalmente ignorante, neppure incline al contatto con le masse se non nei festivi e nell'amministrare i sacramenti, custode al massimo del patrimonio e delle sedi (181). Le epigrafi in Abruzzo parlano solo di un frate heremita, che crediamo sostenuto dall'Osservanza e dai benefacturi appartenenti forse al nobile casato dei Maccafani della vicina Pereto (182). Certo è che i fedeli potevano tro-vare i cicli rispondenti ai loro bisogni spirituali. Tra i dannati ad esempio potevano riconoscere alcune loro attività: il calzolaio, il fabbro, il mercante, il proprietario o il gestore di taverne, il macellaio, il sarto, persino la prostituta e la concubina, ciascun mestiere precisato dalla scritta in un volgare tendente al parlato, pieno di sgrammaticature e idiotismi, selezionati forse tra le categorie più bisognose di ravvedimento (v. oltre).
  
Ci sono anche i gruppi tradizionalmente tacciati d'infamia, i manigoldi, i soldati, i sodomiti, gli omicidi, i turchi, i tartari, gli ebrei, i peccatori di "lingua"
(traditori, bestemmiatori, ipocriti); non mancano gli sciocchi, forse identificabili in 183 Abruzzo con i MACCABEI (183) . Repertorio dunque vasto, come ai limiti del pletorico è la schiera degli eletti nel cielo. È opportuno anche osservare che quelle classi erano citate nei ponderosi trattati di confessione, le summae de casibus, ben strutturate per un'agile consultazione, e nelle brevi ed utili confessioni generali, opuscoli che seguivano semplici regole ed offrivano spunti di approfondimento, adattabili alle diverse esigenze formative
della gente. Partiamo da queste ultime, circolanti nel Quattrocento tra i laici di media cultura, specie nel tempo quaresimale, per aiutarli a scoprire individualmente i peccati, spesso ricordati in disordine (184); opuscoli in 4°, in lingua volgare, ma anche in latino, manoscritti e a stampa, tirati a basso prezzo, ordinati alfabeticamente con pausa fissa di invocazione, privi quasi di citazioni giuridiche e canonistiche, attribuiti impropriamente agli Osservanti, ma sfruttati anche dai pochi diocesani attivi nel servizio del confessionale (185).
 
Le summae invece godevano di una lunga tradizione, redatte nel pieno Medioevo per lo più da Domenicani e Francescani (186), coordinate sintesi di razionalità e di pragmatismo, utilizzate specie se in volgare dal basso clero, che non poteva acquistare i codici canonistici e di legislazione civile, i testi di dogmatica e di morale, i commentari, le disposizioni sinodali, i florilegi della letteratura e della pastorale in tema. Certo giovò il passaggio da un sistema penitenziale di tipo tariffario, esemplato per tutto il primo Medioevo dal Corrector sive Medicus di Burcardo di Worms, fonte anche in seguito largamente utilizzata (187), a un sistema più articolato, diffuso dal primo Duecento, preceduto da un esame di coscienza maturato nella
contrizione (188), meglio se quotidiano per rinfrescare il ricordo e resistere alle tentazioni del diavolo, coronato da un dialogo costruttivo con il confessore,
attento a vagliare le intenzioni, le attenuanti e le circostanze (189) , utili a riammettere il fedele tra i devoti, facendo appello al suo senso di responsabilità (190).
 

  


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