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L'iconografia del giudizio
Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia  maggiori info autore

Dunque gli affreschi "funzionavano" per un pubblico variegato, in genere
distratto, nei migliori dei casi travagliato da scrupoli, poco seguito nella catechesi, poco confortato dalla preghiera (191). Inoltre per corrispondere ai bisogni spirituali della gente sempre più impegnata nel lavoro, non più giudicato segno punitivo del peccato, ma personale vocazione alla salvezza e contributo da rendere all'opera creatrice iniziata da Dio (192), intervennero anche i sermones ad status, capaci di combinare tradizione e senso pratico, redatti tra la metà del XII e il XIII secolo, poi largamente utilizzati come prontuari dai sacerdoti, difficili da datare perché seguivano una lunga
tradizione. Si rivolgevano a distinti gruppi socio-professionali, differenziati per
età, sesso, censo e luogo di residenza (193), categorie che, se organizzate e riconosciute (194), garantivano dignità sociale all'individuo, pur nel contesto delle permanenti ineguali condizioni (195). 
  
Lecito in ogni caso era non l'utile, conquistato con le proprie forze, ma il servizio reso gratuitamente alla Chiesa e agli altri, giacché i talenti erano doni celesti da far fruttificare. Certo tra XIII e XV secolo molte cose erano cambiate: alcuni mestieri ritenuti illeciti lo divennero solo occasionalmente ex causa, ex tempore e ex persona (196) , mentre i nostri affreschi illustrano attività da tempo oggetto di pregiudizi e di preoccupazioni pastorali, la cui gestione era spesso affidata a persone disoneste, talvolta neppure ottemperanti all'obbligo del riposo festivo. Forse qualcuno di questi testi scritti era conosciuto dai più diretti committenti dei dipinti. Ora negli affreschi abruzzesi [35] e pontini [34], tra le professioni considerate infamanti dal diritto canonico e dalla morale corrente, irretite nei tabù della violenza, della morte, del denaro, del sangue e dell'impurità (197), con aggravio di alcuni vizi capitali, ricordiamo anzitutto le MERETRICI, considerate depositi di impurità (Prov 23, 27), che si offrivano a laici e a chierici (FEMINA DE PRETTE), impegnate solitamente con contratto o itineranti non specializzate. 
  
Ad esse vanno uniti i sodomiti (della cui probabile didascalia nel santuario abruzzese resta la sola lettera M, a Sermoneta forse OM), gli uni e le altre (198) associa te ai tavernieri, o ai proprietari, inservienti e gestori dei bagni pubblici (BALE…TRTRI a Sermoneta (199), da balneari, balneotrices (200) ), che fungevano spesso da mezzani per le prestazioni svolte in luoghi non idonei. È risaputo che il meretricio coinvolgeva tutti gli strati sociali, e che fino al tardo Quattrocento fu tollerato per contenere mali peggiori, come la vivacità sessuale dei giovani, alimentata dalle famiglie, dagli amici più o meno coetanei, dalle magistrature. 
 
La prostituzione permetteva anche di verificare lo stato di salute fisica prima del matrimonio, e dopo di esso era lecita ai coniugi per allontanare il pericolo dell'adulterio, come ai tonsurati, ai presbiteri e ai dignitari della Chiesa, ai frati e ai monaci, purché occasionale, per evitare imbarazzanti approcci con le maritate, le adolescenti e le vedove (201). Frenava anche la dilagante omosessualità, che mieteva vittime contro ragione e contro natura tra i giovani innocenti, ma in questo caso bisognava distinguere il tipo di contatto avuto e tra peccatori abituali e occasionali (202). Permetteva inoltre il sereno passeggio delle donne e distoglieva da cattive azioni i soldati, i mercenari, i facinorosi, i commercianti e gli artigiani che transitavano nei centri per feste, fiere e mercati. La prostituzione quindi, benché gravata da un pesante giudizio sul piano psicologico (203) e igienico-sanitario (204) , non era drasticamente emarginata. 
 
Si consigliava di evitarla (205), se ne conteneva l'esercizio, la si proibiva di notte perché connessa a mestieri come la cucina, l'alloggio, il piccolo commercio e l'artigianato, che godevano già di un orario flessibile di apertura e chiusura degli esercizi. In particolare dopo il rintocco dell'Ave Maria, la domenica e i festivi, nei tempi forti di Natale e della Settimana Santa, le prostitute non potevano invadere le taverne, le terme (stufe), le piazze, i porticati, i vicoli, i crocicchi, le strade e i quartieri del centro, i sagrati delle chiese e i mercati, ove l'adescamento era più fruttuoso (206) . I sacerdoti bersagliavano poi le meretrici provenienti da buone famiglie (207), perché offendevano la loro bellezza e deturpavano circa dieci anni della loro vita prestando amore pro lucro et questu, sfruttando il corpo per piacere più che per necessità, ingannando la buona fede di molti, specie degli adolescenti. Esse ingenuamente cadevano nelle mani di ribaldi, ruffiani e mezzane, peggiori queste se esperte nel trattare filtri d'amore ed erbe che lenivano i mali della professione, pronte a distoglierle dalle buone intenzioni, dalle preghiere, dalla confessione, dal fare elemosine, dal compiere atti di culto in riparazione, specie dal partecipare alle processioni, considerate atti di pubblico ravvedimento. 
  
Nella prostituzione ovviamente cadevano tutti i vizi capitali: la superbia (intesa come lusso sfrenato), l'ira (208) , l'invidia (con le concorrenti), la gola, la pigrizia, e ovviamente la lussuria (209) e l'avarizia (210). Se le meretrici poi erano concubine e generavano figli, attiravano ingiurie e potevano essere frustate (211), mentre sui nascituri pesava l'infamia di illegittimità e sui consacrati a Dio un giudizio spesso lieve e post mortem. Per tale motivo negli affreschi abruzzesi una catena con gancio da macellaio lega ano e collo dei viziosi, mentre altri prelati, disadorni nei paramenti, cuociono in piedi in una caldera che immaginiamo piena di liquidi ripugnanti, in compagnia di vescovi degradati con la sola mitria in capo (come accadeva nelle derisioni infamanti subite in alcune città d'Italia (212)), in compagnia di eretici e chierici che trascurarono il servizio divino (213), o di falsi predicatori, confessori e simoniaci (v. lo zucchetto color verde), tutti coloro cioè che si erano separati dall'ecclesia, o che si erano dedicati a mestieri illeciti (214). 
  
Tra i luoghi deputati all'adescamento in pieno giorno abbiamo accennato alle stufe malsane (balnea), i cui gestori erano severamente puniti sin dall'epoca romana (215) , e alle taverne, nelle quali serpeggiava la rilassatezza dei costumi e la corruzione (216) . Queste infine, in particolare, non erano ben distinte dalle osterie, che univano a volte l'alloggio promiscuo all'ospitalità temporanea, facendo concorrenza agli ospizi tutelati dalla Chiesa. Ci si abbandonava senza freno alla crapula (217), si danzava con lascivia e si giocava d'azzardo a dadi, a carte, a tavolieri, a deschetti, a semplice morra (218), accettati al massimo in luoghi onorati e all'aperto. Le scommesse inoltre alimentavano il già largo consumo di vino, nerbo di una dieta basata in genere su farinacei e su carne conservata sotto sale (219). 
  
Queste sottraevano denaro accumulato quasi sempre a fatica, o ricavato dalle elemosine e dai furti (220) . Pertanto i delinquenti frequentavano le taverne per spolpare gli avventori, provocando crisi nervose, costringendoli a prestiti e spingendoli talvolta al suicidio. È vero però che la taverna era l'unica sede per il divertimento "controllato" nelle pause feriali del lavoro e che favoriva incontri tra persone diverse. Ma era ritenuta luogo di devianza, casa di vagabondi, potenziale base di illeciti guadagni per i piccoli e i medi imprenditori o per la servitù presa a giornata (221) . Si frodava infatti sulla misura dei boccali, si ingannavano i clienti, offrendo solo di prima mattina e agli amici vino buono, sempre nuovo perché era difficile conservare il vecchio (222) ; se ne alterava la qualità, o lo si mesceva inacidito, non controllando la muffa in cantina. Anche i locali sfuggivano al divieto di apertura dopo il tramonto, il Venerdì santo e nei festivi, o prima delle messe "minime" (223) ; la gente, così distratta, faceva solo una capatina in chiesa per l'elevazione dell'ostia (224), propiziandosi una buona salute ed una buona morte. 
  
Ecco perché nell'affresco abruzzese c'è un condannato a far da tappo con la testa in una botte. È noto poi come nella taverna si accendessero liti. "Ubriaco" e "omicida" (MICIARO alla Madonna dei Bisognosi; M[IC]ID[A]RO a Sermoneta, trafitto per ironia da un'onorevole spada) erano termini comuni nelle ingiurie (225) . Tra i delinquenti non dimentichiamo infine i manigoldi (a Sermoneta MANIOLTI (226)), persone gravate in genere da una pena aggiunta alla carcerazione, ingaggiate "per mettere le mani addosso" o meglio per seviziare i condannati a morte prima o durante le esecuzioni capitali (227), macchiati dunque di rifiuti organici e di sangue impuro (228). Nelle taverne erano frequenti anche i tradimenti un T(R)ADITORE nei dipinti abruzzesi è infamato con l'impiccagione a gamba penzoloni e testa in giù (229) , e numerosi erano i peccati di lingua (230): menzogne, vituperi, spergiuri (231) contro il prossimo, contro i sacramenti e contro Dio, soprattutto bestemmie contro la Madonna, i santi e il Creatore, non riconosciuto per i doni del perdono, della provvidenza e delle disposizioni a bene operare, piuttosto ritenute doti umane. Peccati dunque gravi, puniti in genere nella parte superiore dell'inferno e bersagliati dai predicatori e dalla giurisprudenza con relative pene corporali, spirituali o in denaro. 
  
In Abruzzo è così strappata la lingua a un BIASTIMATORE, che cede alla superbia (232). È interessante anche notare che le immagini dei suppliziati, divisi per classi morali, ma soprattutto per mestieri non a caso tutti urbani, sono presenti in genere in chiese di piccoli centri, ove le attività erano poco differenziate e basso era il tenore di vita e di produzione nelle botteghe artigianali e mercantili (233). Gli esercizi erano modesti, soddisfacevano appena il consumo locale (234), difficilmente ci si organizzava in corporazioni (235), spesso si integrava l'attività dei contadini (236), o quella dei nomadi e degli immigrati (presenze inquietanti, i cui comportamenti sfociavano spesso in uno stile di vita degradato e nella delinquenza (237)), lavoranti a giornata, capaci di raccogliere solo un gruzzolo per "campare la vita" (238) e il cui operato era soggetto ai rischi delle fluttuazioni stagionali e di mercato (239). Sarebbe utile, come è stato fatto per alcune regioni d'Italia, cercare corrispondenza nelle fonti d'archivio tra i mestieri indicati negli affreschi e quelli esistenti sul territorio. 
  
Si potrebbe frugare nei catasti (240) , negli estimi delle imposte dirette (241), negli statuti e nelle riformanze comunali, nella composizione dei consigli civici, negli elenchi delle corporazioni (242), nei testamenti privati, nelle matricole e nelle liste delle confraternite, che a volte segnano l'ordine tenuto nelle processioni e il contributo offerto in luminarie (243), o gli investimenti per opere d'arte mobile. Certo è che i macellai e i pizzicagnoli (presenti questi solo a Sermoneta) non godevano di una buona fama, macchiati di alcuni dei tabù sopra indicati (244). L'attività era redditizia per i primi, visto il fabbisogno di alimentazione proteica: si mangiava carne di montone, di pecora un po' anziana, di capretto, soprattutto di maiale, poco quella dei bovini, impiegati in genere sino a tarda età come forza lavoro (245). I macellai occupavano un discreto livello nella scala sociale (246) , curavano l'importazione dei capi di bestiame sano, senza difetti, ingrassato, che poi uccidevano, scorticavano, squartavano, evisceravano, ricavando frattaglie da scaldare nella sugna. 
  
Lo tagliavano anche in parti con poche ossa, lo svenavano per favorire una rapida cottura, lo vendevano in porzioni, agevolando gli amici e ingannando i "nemici" sulla parte offerta sul banco, sulla qualità, sul peso, sui prezzi non calmierati, sull'eventuale provenienza dal rituale ebraico (247) . Per questo negli affreschi abruzzesi sono "incicchiati" su una panca e tagliati sulla schiena da una lama affilata (248). Anche i norcini non erano stimati, pur occupando il posto immediatamente successivo ai primi (249) . A loro spettava conservare con un giusto pizzico di sale gli insaccati a rapido consumo, non vendere qualità avariate o mal composte, maggiorarne il peso, smerciare a prezzi giusti anche le spezie e i polli. In genere si imbrattavano d'unto nel lavoro e per aumentare i guadagni lavoravano nei festivi, avanzando la scusa dei tempi lunghi di preparazione (250) .
  
I predicatori inoltre reclamavano onestà da quegli operatori che erano
macchiati del tabù del sangue e dello sporco: dai fabbri (un FERRARO è presente anche a Sermoneta), dai falegnami (CARPENTERO), dai calzolai ([C]ALZOLARO), dai sarti (SARTORE (251)). I primi due gruppi minacciavano la quiete pubblica per il chiasso che facevano (252), ed utilizzavano anche strumenti offensivi. Per questo il maniscalco (253) è colpito nei dipinti sulla fronte da uno scalpello battuto dal malleus (254) , il calzolaio da un trincetto, il falegname da un'ascia a manico lungo, il sarto da grosse forbici, impiegate anche dai tessitori, dai cimatori e dai tosatori. I fabbri inoltre si arricchivano con la loro varia produzione (255) . Se impegnati in fonderia con le mani sempre lorde (256), lavoravano anche dopo il tramonto e nei giorni di precetto (257). Era inoltre peccato lievitare i prezzi, specie se i metalli o le leghe erano di scarsa qualità, non erano scaldati bene e non avevano il giusto colore. Per questo i demoni seviziano quegli uomini all'inferno con il fuoco (258). 
  
Seguono i carpentieri, in genere di medio livello sociale, la cui attività si
confondeva spesso con quella dei falegnami (259) , esperti nel vario e remunerativo settore edilizio (260) , ma anche nella riparazione di carri, nella modellatura di vari oggetti, di botti, di infissi, di mobili d'uso quotidiano e liturgico (261). Era giustificato il sospetto che ingannassero nella squadratura e formatura dei pezzi, nella qualità delle colle usate, nella stagionatura delle essenze, tagliate anche di nascosto in periodi dell'anno non idonei (262).
Malvisti erano infine i calzolai e i sarti. I primi esercitavano un mestiere socialmente utile perché producevano molti oggetti (263) e davano forma e risuolavano scarpe di uso comune ed eleganti. Ma vendevano anche disonestamente le pezze di cuoio (264) , ingannavano sulla qualità e
sulle misure delle scarpe, indurivano le suole a danno dei contadini e dei
pellegrini (265) ; in ogni caso si sporcavano conciando pelli di vacca, di vitello e di ovino. 
  
I sarti invece, che aggiungevano alle tradizionali competenze quelle dei cimatori per la rasatura del pelame, dei filatori, dei tessitori e dei tintori, benché stimati per l'impegno e la creatività profusi nel prendere le misure, nel tagliare le stoffe e nell'approntare gli ornamenti (266) , erano malvisti perché utilizzavano urina fermentata per macerare, decolorare e fissare le tinte, o perché passavano per buoni panni macchiati e ridipinti, cuciti alla rovescia e rammendati. Costoro assecondavano anche la vanità senza limiti dei pretenziosi e la superbia delle civette, vendendo ad alto prezzo abiti non necessari (267) . Sfruttavano poi la mano d'opera agricola facendola lavorare a porte chiuse, di notte o nei festivi, trascurando il precetto di santificare le feste (268). A dire il vero tutti i mestieri che trascuravano questo obbligo erano giudicati proibiti. L'orario medio, compreso tra l'alba e il tramonto, consisteva circa in nove ore di lavoro, con pause e retribuzioni calibrate per le diverse stagioni e i diversi luoghi. 
  
Ma poiché scopo primario era il guadagno, per compensare le perdite dei numerosi festivi infrasettimanali si recuperava la sera, a luce bassa, nelle botteghe o nelle case. Se dunque la gente attendeva le feste per concedersi un relax, vietato nei feriali prima del vespro, anteponeva poi volentieri l'opus febbrile all'ufficium Deo. Anche la normativa pubblica e i predicatori erano elastici a riguardo: concedevano deroghe nelle ricorrenze meno solenni, permettevano si lavorasse al chiuso o ad sportellum; programmavano a scacchiera l'apertura dei locali (269); davano licenza di terminare alcuni lavori, meglio se utili per la Chiesa e i poveri, a patto di ascoltare il parere di persone idonee (270). Ricordiamo solo alcune voci. Per il Duecento Jacopo da Varazze, la cui raccolta di sermoni quaresimali fu consultata per secoli (271) . Per la metà del Quattrocento citiamo Antonino da Firenze (272) e due campioni dell'Osservanza come Bernardino da Siena e Giacomo della Marca, che molto nei loro viaggi per le città della penisola contribuirono alla riforma degli statuti (273) e, colpendo quei vizi che la gente giustificava con detti e proverbi (274), moralizzarono la vita pubblica con buon vantaggio per le magistrature.
  
Cessando infatti dalle opere manovali, da pecare e da ozioso stare, si guadagnava in tempo salutare per l'anima, non solo partecipando con rispetto, dall'inizio alla fine, alle celebrazioni del giorno, ma ascoltando, magari dietro autorizzazione civica, le lunghe prediche o offrendo elemosine e assistendo a diverse forme di devozione, cose utili per non furare [...] robbare il tempo a Dio, divenendo vecchio in questa usanza. Di domenica anzi si poteva recuperare il debito di peccato contratto nella settimana e pregustare la gioia e la gloria eterne, con l'animo intimorito dal Giudizio e bramoso del premio celeste (275) . Ora gli Osservanti intervennero sul tema con sermoni redatti spesso in latino ma recitati in volgare (276) , noti oggi nella rapida trascrizione effettuata da altri. È indicato ad esempio cosa fare e cosa evitare la domenica e i giorni di precetto, dato che la festa era ordinata al ricordo di Dio per il triplice dono della creazione, della redenzione e della glorificazione (277).
 

 


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