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L' "heremita"
Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia  maggiori info autore
In entrambe le epigrafi è indicato il perfecto heremita frate Domenico di Marino di Angeluccio (346) , che è sembrato finora della vicina Pereto, anche se peritus può indicare semplicemente una persona idonea ad assumere un incarico (347) . Egli è forse ritratto nel gruppo dipinto da Petrus come un frate Minore ([26]; v. cap. V. 2. 1), con la tonsura a corona e il saio stretto dal funicolo, raccomandato al gruppo divino da s. Sebastiano (348). Non parlano però di lui gli antichi scrittori della storia del santuario, né ha avuto finora esito la ricerca condotta sulla presenza francescana in questo angolo
d'Abruzzo vicino al Lazio, in un arco di tempo che parte dal XIII secolo, quando la zona, raggiunta dalla prima ondata minoritica, era inclusa nella custodia Tiburtina della Provincia romana, con romitoria e loca prima di conventi (349).
 
Comunque di insediamento eremitico parlava il nucleo originario della leggenda, narrando di Fausto, del figlio Procopio, dei compagni e dell'ebreo convertito,
topos comune nella tradizione narrativa specie Osservante. Il primo convento annesso all'oratorio, matrice dell'altro poi costruito nel secondo Cinquecento e ampliato nel Settecento, sfruttato anche dai poveri e dai pellegrini, dovette essere forse inizialmente gestito, solo a titolo precario e volontario,
cioè senza formali vincoli, da un eremita laico di ispirazione spontanea, con
mansioni di custode-sacrestano (350), anche se heremita era un termine dalle varie sfumature nel Quattrocento (351).
 
Nell'affresco comunque frate Dominico non appare, come spesso accadeva in
simili luoghi, un asceta esaltato, difficile da inquadrare, aggressivo verbalmente contro il clero (352). Egli offre piuttosto l'immagine di un corretto esercizio, perché prega devotamente il rosario in riparazione dei peccati suoi, di quelli dei predecessori e dei benefacturi, sgravati così nella loro coscienza.
Dall'abito che indossa poi non è chiaro se sia un converso (simile a un frate) o
un terziario, figura oggi spesso indicata a sproposito (353) . Poteva anche essere un professo, obbediente al vescovo, che ne indagava i requisiti in campo morale e religioso (354) , o essere legato a una fraternitas, che poteva sfruttare per la preghiera comune il vano detto oggi aula quadrata dietro il presbiterio, porzione di singolare qualità, ben nota nell'icnografia mendicante.
   
Ma il santuario poté anche essere custodito dai Benedettini, soliti ad installare grancie in zone impervie e climaticamente rigide (355) . Il monastero di S. Scolastica ad esempio si radicò nel Carseolano tra X e XII secolo (356), e poté affidarne la cura a conversi (357) o a sacerdoti ad esso legati dietro autorizzazione vescovile (358). Anzi la presenza benedettina potrebbe giustificare la visita del monaco e papa marsicano Bonifacio IV (359). Il luogo intanto, crescendo in fama per i miracoli compiuti dalla Vergine, poté
passare con il tempo ai Francescani, più inclini ad accostare viandanti e boscaioli, pastori e contadini dei vicini insediamenti sparsi (360), anche se l'ipotesi non è documentabile per la consueta iniziale precarietà delle condizioni e il disinteresse a lasciare tracce o testimonianze scritte (361). 
  
Il romitorio in ogni caso era extra terras et ab habitationibus hominum, ma prope [...] iuxta [...] parum distans [...] non longe , (362) ed era facilmente raggiungibile dalla viabilità tratturale e di valle (363), tappa probabile di un cammino da effettuare a piedi o a dorso di mulo, prossima all'altro eremo sopra Villa Romana dedicato a S. Martino (v. cap. III. 2. 2), benché non comprese in una maglia regolare di ricoveri, distanti in genere un solo giorno di viaggio (364). Anche i consistenti rimaneggiamenti subiti dal complesso nel XV secolo
cadono in un'epoca in cui gli Osservanti, spinti in genere da un presule, rilanciavano nello spirito delle origini i più antichi luoghi eremitici (365). 
  
Nella nostra zona inoltre era ancora viva la memoria del passaggio di s. Francesco d'Assisi (366) e di quelli di altri predicatori dell'Ordine, specie di Bernardino da Siena (367), anche se a quell'epoca nella custodia Marsicana, una delle sei della Provincia Pinnensis installata grosso modo entro i confini diocesani, non risulta fondata alcuna sede (368). Forse poteva far gola agli Osservanti, che intenzionalmente non intervenivano nelle dorsali e nelle aree pedemontane per la nota crisi di spopolamento (369), controllare per tramite degli eremiti aree non facilmente raggiungibili dall'attività pastorale, occupando, rivitalizzando, soprattutto trasformando un eremo di consolidato culto in un santuario di larga attrazione, meglio se appoggiati da notabili del luogo, desiderosi anch'essi di istituzionalizzare ciò che era spontanea devozione, inserendo nella dialettica azione-contemplazione (370), la
celebrazione sacrale del potere (371), meglio se con il favore dei papi (372).
  
Ricordiamo infine che la vicina Pereto aveva dato i natali ad un illustre
francescano, il ventottesimo Ministro Generale dei Minori Antonio di Angelo
Veniti o Venditti, attivo nel primo ventennio del Quattrocento in Italia e in Europa settentrionale e centro-orientale (373), coraggioso sostenitore della prima Osservanza, che chiamò Bernardino da Siena nel 1415 a predicare nella Provincia d'Abruz-zo (374) e che assegnò a Giacomo Orsini della vicina contea di Tagliacozzo una patente di affiliazione all'Ordine Serafico, con esteso beneficio di favori e indulgenze (375). In conclusione potrebbero essere stati ancora gli Osservanti a orientare la scelta iconografica dei dipinti in onore di Maria, o la scena del Giudizio, tema ricorrente nelle loro accese predicazioni.
 


Note
346) Sembra lo stesso indicato nella lapide funeraria oggi perduta IVS HPS/FRATER · DOMINICUS · DE · / PERITO · HEREMITA/DE · SANCTA · MARIA, che fu letta da Giuliani, p. 36 sotto il confessionale accanto la sacrestia prima delle trasformazioni settecentesche dell’edificio. Giamberardini (c. 43v dei suoi citati appunti manoscritti) la trovò nel 1972, non del tutto leggibile, nella sala dei reperti e degli oggetti sacri del convento, trascrivendola: V · HS XP · V/[F]RATE DOMINICU/R G MITA P · E · STA / MARIA.
 
347) È il caso del monaco fra’ Marino Angeli (di Angelo), che per questo venne confermato a metà secolo nella rettoria di Tutti i Santi a S. Vittoria in Matenano, v. Crocetti 1985, p. 20.
 
348) Non crediamo sia s. Francesco, come suggerivano Sonsini, p. 57 e Bertini Calosso, p. 104.
 
349) Per il Duecento e il Trecento, v. Pellegrini 1979, I, p. 233 lettera f, e Idem 1980, p. 63; v. anche Bartolini Salimbeni 1993, p. 22. Per l’edilizia conventuale di similari fondazioni, v. ivi, pp. 29, 33, 68-70; per il carattere provvisorio dei primi insediamenti, v. Merlo, p. 136.
 
350) Per utili confronti, v. Pellegrini 1977, pp. 565-567.
 
351) Uno è segnalato a fine secolo, quando il vescovo dei Marsi Gabriele Maccafani si ritirò a vivere nel santuario (v. oltre); un altro vi risiedeva nel 1692 con il cappellano Giovanni Vetoli (v. la quinta visita apostolica condotta da mons. Bernardino Corradini, in ADM, fondo B, c. 15r).
 
352) Cfr. Nobile, pp. 304-305, 314, 334-337.
 
353) Cfr. Pellegrini 1982/1985, p. 140. Sensi 1992/1993, pp. 107, 118-119 spinge a fare ricerche negli archivi delle curie vescovili, delle parrocchie e dei comuni, consultando i registri degli eremiti cenobiti, gli atti sinodali, gli editti, le prescrizioni e le decisioni episcopali in merito, i processi criminali e quelli civili, la corrispondenza e le autorizzazioni concesse per l’esercizio, le visite pastorali e le relazioni ad limina, i libri de statu animarum, i fondi notarili e i catasti municipali, indagine tutta ancora da svolgere per la nostra zona.
 
354) Sensi 1992/1993, p. 103 con nota 10 a p. 106.
  
355) Per quanto accadeva nelle vicine Marche, v. Pagnani 1981/1982, pp. 140-142.
 
356) Manca uno studio approfondito sugli intrecci politici e culturali tra quest’area e i cenobi dell’Aniene. Rapidi cenni sono in Travaini 1979, pp. 66, 92-93 e Saladino, p. 13; è utile consultare Sciò 1986, pp. 38-43, ripreso da Zinanni 1988, pp. 195-207.
 
357) Sensi 1992/1993, p. 108.
 
358) Cfr. Staffa, pp. 50-53 per la zona del Cicolano, bagnato dal Salto.
 
359) Ad una sede cenobitica accennava Pietrantonio 1988, pp. 339-340, ma il suo lavoro è in genere poco affidabile (v. la recensione di Paciocco).
 
360) Cfr. Pellegrini 1976/1977, pp. 308-309, 312-313; Idem 1977, p. 570; Sensi 1992/1993, p. 122.
 
361) Lo indica Pellegrini 1976/1977, pp. 287-289 e Idem 1982/1985, pp. 122-126.
 
362) I termini sono ricavati da Bernardino Aquilano, Chronica Fratrum Minorum Osservantiae, del 1464, stralciati in Merlo, pp. 136, 140.
 
363) Pellegrini 1979, pp. 208, 221.
 
364) Cfr. Pellegrini 1976/1977, p. 288 nota 4, pp. 306-307; Zarri 1983/1984, p. 229; Pellegrini 1986, p. 96.
 
365) Analoghi casi sono trattati da Merlo, pp. 123-124 e Salvatori, pp. 84-85.
 
366) Alcuni storici abruzzesi con intenti devozionali credono che il Poverello, presente in Abruzzo tra l’inverno del 1215 e la primavera del 1216, visitasse nel ‘16 il convento di S. Maria in Cellis presso Carsoli (altri parlano del convento sul colle Vettiano, oggi noto come colle di S. Francesco tra Carsoli e Poggio Cinolfo, v. Sonsini, p. 64), da dove si dice raggiunse il nostro oratorio mariano sull’altura di S errasecca, v. D’Antonio, pp. 23-24 e Pellegrini 1980, p. 41 nota 6; da ultimo Flamini, pp. 15-17, ma già Mazzolari 1785, p. 19 e un po’ tutti gli storici del santuario. Più in genere sulle perplessità circa analoghe fondazioni e percorsi , v. Pellegrini 1980, p. 41 e Idem 1993, pp. 83, 102.
 
367) Pierantoni XII, c. 430 (ripreso in Idem V, cc. 455-456) riferisce alcuni miracoli da lui compiuti post mortem a favore di devoti degli immediati dintorni (Rocca di Botte, Carsoli e Pietrasecca), conosciuti in un precedente viaggio; v. anche Zazza, cc. 34-35. Per la leggendaria presenza nel nostro territorio di Giovanni da Capestrano e di Giacomo della Marca, colonne della Regolare Osservanza, v. Basilici 1983, p. 54.
 
368) Per la possibile incompletezza dei dati, v. Bartolini Salimbeni 1993, p. 99.
 
369) Pellegrini 1980, pp. 49, 63, 73-75.
 
370) Cfr. Pellegrini 1976/1977, pp. 287, 296-299; Mistretta, p. 125; Pellegrini 1993, p. 97.
 
371) Cfr. Lunghi 1984/1986 p. 87; Merlo, pp. 141-143 offre un’ampia casistica; per un confronto con l’Emilia Romagna, v. Zarri 1983/1984, pp. 238-240, 244, 246, 248.
 
372) Fois, pp. 58-93.
 
373) Per sommarie notizie biografiche, v. Cenci, pp. 468-477 e Pierantoni IV, c. 1088r, da integrare con Chiappini, pp. 22-24. Cfr. anche Fois, pp. 45-46; Sensi 1991, p. 38; Idem 1992, pp. 65-66. Non crediamo che egli appartenesse alla nobile famiglia peretana dei Maccafani, come indicava il giovane storico del casato Gian Gabriello (v. Historia cronologica…, c. 17v), fatto che alcuni trascurano (Febonio 1678, l. III, trad. it. p. 210) o contestano (Corsignani 1712, pp. 149-150). Antonio, sottile teologo e dotto in discipline sacre e profane, resse con mirabile equilibrio le sorti dell’Ordine nei tempi oscuri dello scisma d’occidente fino all’elezione di Martino V. 374) Cfr. Chiappini 1926b, p. 26, ma già Maccafani nella citata Historia…, c. 17v.
 
375) Non si legge la data sulla pergamena conservata nel fondo Orsini dell’Archivio Storico Capitolino -d’ora in poi ASC, A.O.-; per il regesto, v. De Cupis, vol. II, p. 173.

 
Testi tratti dal libro Pittori di frontiera
  

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