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I " benefacturi "
Testi a cura della dott.ssa Paola Nardecchia  maggiori info autore

Il tramite Orsini. I Maccafani, che non avevano ancora rivali nella zona, furono dunque pilotati a distanza da una precisa strategia politica. Le loro ambizioni vennero gratificate in un'excalation di incarichi, dall'iniziale ruolo amministrativo, al godimento di prebende, alla prelatura, tappe agevolate dagli Orsini commendatari di Farfa, legati al Borgia (418), e da quelli del ramo di Albe e Tagliacozzo da tempo radicati in Abruzzo (419), assorbiti a metà Quattrocento dal ceppo consaguineo di Bracciano.
 
Giovanni Antonio infatti, privo di figli maschi, aveva stabilito nel suo ultimo testamento del 1456 di assegnare la doppia contea (unita da circa il 1380) ai quattro nipoti del ramo sabatino; ciò si attuò nel 1461, dopo un breve periodo di governo del demanio regio (420), a favore dei laici Napoleone e Roberto; l'investitura fu confermata nel '64 (421). Gli Orsini controllarono dunque quasi ininterrottamente il feudo abruzzese nell'ultimo ventennio del Quattrocento dopo un rinnovato periodo del demanio regio (422), intervenuto perché Gentil Virginio, primogenito di Napoleone ed erede del lignaggio (423), non aveva appoggiato Sisto IV nell' '81 nella lotta contro i Turchi, sostenuta invece dai Colonna, che per questo furono compensati dopo lo scontro di Otranto con le loro terre abruzzesi da tempo rivendicate (424), e possedute per breve tempo più a titolo nominale che reale. 
  
Gli Orsini infatti vennero riammessi nel 1484 in un ribaltato scenario politico e con integrazione di una cospicua pensione, delle rocche, fortilizi, terre, rendite e vassalli delle contee dell'Abruzzo montano (o Ultra il fiume Pescara), facendo salvi i diritti e le tasse di Roma e di Napoli. Consolidarono inoltre la loro posizione con capillari azioni diplomatiche. Osteggiati solo inizialmente da Innocenzo VIII, ne riconquistarono presto, anche se a fatica, l'amicizia, giocando sull'urgente necessità del pontefice di mantenere buoni rapporti con i creditori Medici, con i quali gli Orsini erano legati da reciproci interessi (425). Poi nell' '86 ottennero definitivamente le terre d'Abruzzo.
 
Il casato visse da allora tranquillo sotto la guida di Virginio, che nell' '87, con
un attento piano matrimoniale (e relative doti territoriali), si era procurato due
unioni d'eccezione, coincidenti con il bisogno di alleanza degli stati confinanti.
Anzitutto il matrimonio tra Gian Giordano, suo erede, e Maria Cecilia, una delle
figlie naturali del re Ferrante d'Aragona. Poi, nel giro di pochi mesi, rafforzando gli intrecci con i Medici, quello tra la nipote Maddalena, figlia della sorella Clarice, sposa dal '68 del Magnifico, e Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII, non più ostile a Virginio se nell'agosto di quell'anno lo accolse trionfalmente a Roma.
 
Ulteriori tasselli di quella congiuntura furono anche per l'Orsini la nomina a
capitano generale dell'esercito aragonese, trasmessa nell' '89 (426) (la condotta Medici non era stata rinnovata) e l'iscrizione nell'albo della nobiltà napoletana, corredata dell'autorizzazione regia a fregiarsi del loro nome e di inquartare il proprio con lo stemma aragonese, successi che coronavano la sua lunga carriera diplomatica e militare, tanto da essere stimato uno dei primi feudatari della Chiesa e del Regno. Virginio ancora, la cui sorella Eleonora aveva sposato prima dell' '87 Nicola II di Sermoneta, erede di Onorato III (427), tesseva proprio in quegli anni con il cognato interessanti rapporti, prima che una scoperta trama Borgia colpisse a morte il Caetani nel '94 (v. cap. III. 3. 1. a). 
 
La fortuna dell'Orsini toccò inoltre l'apice nel '92 con l'acquisto dei castelli di Cerveteri e di Anguillara, suscitando forti preoccupazioni nel papa per la sua eccessiva indipendenza e per i contatti stabiliti con Firenze e Napoli, sospetti che furono solo in parte sedati dall'ospitalità a lui offerta a Vicovaro nel '94 per l'incontro con Alfonso II, piegato di necessità a più miti consigli per il Lazio e l'Abruzzo (428). Concordarono in quell'occasione una linea difensiva contro la calata di Carlo VIII, il cui passaggio nello Stato pontificio venne favorito dai Colonna. Essi, ripartito il francese da Napoli e morto Virginio nei primi del '97, riottennero dal re le contee abruzzesi con il titolo di duchi dei Marsi (429), scegliendo come base Tagliacozzo al posto di Bracciano o di Avezzano (430).
Tornando all'epoca dei nostri affreschi, crediamo che gli Orsini utilizzarono il
santuario come qualificato stendardo di presenza in un territorio che sin dal
Medioevo fu base per ogni manovra militare diretta a Roma, patrocinando a distanza un programma "d'immagine" in un tempo fortunato, anche se breve, della loro storia. 
 
I pellegrini potevano non sapere chi manovrasse le fila dell'heremita e dei 
benefacturi (431), ma era semplice arguire che quello spazio, apparentemente neutro, sedava tensioni ben maggiori dei consueti contrasti di vicinato per il pascolo ed il legnatico (432), peraltro armonizzati da tempo in un calendario di feste e presenze (433), e dall'incontro di fiera, che animava la modesta economia locale (434). La sede in definitiva attraeva devoti provenienti da territori controllati dagli Orsini tra la Marsica e il Tevere, con le sue convalli di destra e di sinistra, mentre i baroni potevano apparire garanti delle più antiche tradizioni religiose, come già avevano mostrato di fare in area tiburtina (435), licentina (436) e sabina (437). A Pereto infine, che con Oricola, Rocca di Botte e Carsoli erano tra le principali sedi del lignaggio sulla strategica piana del Cavaliere, cerniera tra la Marsica, il Reatino e la valle dell'Aniene, gli Orsini sfruttavano come maniero e saltuaria residenza il preesistente castello (438), mentre i Maccafani abitavano non a caso nelle vicinanze, nella parte alta dell'abitato (439).
 

Testi tratti dal libro Pittori di frontiera
 

 

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