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Primi miracoli
Testi a cura del Prof. Dante Zinanni  maggiori info autore
La Vita antica non accenna a due miracoli attribuitigli in questo periodo di gioventù, i quali invece sono trasmessi dalla tradizione orale, corredata da elementi toponomastici locali, e da alcuni biografi sopra accennati. (13) 
Li dettiamo, lasciandone al lettore la verifica. a) La semente moltiplicata. (14) Siamo nel luogo tuttora denominato lo 'mpresatu 'e S. Pietru. Un'alba stanca lecca il campo, dove dalle sei di mattino si lavora sodo per preparare una zolla morbida, avida di seme di vita. Il cielo si fa sereno e la luce si dispiega nella valle. Il vento d'autunno lascia cader le foglie appassite e la terra appena arata s,picca bruna tra steppe luccicanti. La scena e lieta, ma anche malinconica, propria degli uomini, che portano sul volto i segni della fatica e della povertà e negli animi l'affanno dell'esistenza. 
 
Per fretta o per risparmio il padre di Pietro prende una scarsa misura di grano e affronta il travaglio del giorno alla maniera dei lavoratori manzoniani attenti a gettare le lor sementi, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme ". (15) Ha gesti ampi, distesi, ma anche di titubanza, spalmata di fittizia tranquillità, perché il sacco vien meno e il terreno è ancora tanto; il seme sembra non bastare. Il disagio e grave e l'ammanco d'una giornata perduta non rientra nei calcoli. Pietro osserva. Scopre la mestizia del momento, accomunando alle note raccolte della terra e del cielo i gesti gravi del genitore. Parole, sguardi, allusioni reciproche contano poco. Prega in cuor suo e - cosa meravigliosa! - si ripetono i portenti biblici di Elia (16) e di Eliseo. (17) La semente, creduta scarsa, non vien meno nel sacro i il faticato compenso del giorno gonfia le vene di speranza; il sommesso respiro del padre affonda nel palmo d'autunno e il tramonto si fa rubicondo di sole. Dio torna a far titolo, riportando al saldo il passivo. In tempo, lontano un'ammucchiata di secoli, Seneca scrive a Lucilio: " Siamo in ansia sia per il futuro che per il passato. Nessuno e infelice per il solo presente ". (18) La storia e sempre preziosa. 
 
b) La fontana di S. Pietro. (19) La scacchiera rurale di Rocca di Botte non offre illusioni. Al fascino seminativo della Piana del Cavaliere fa riscontro la risacca di fossa Fiojo, gli sterpi di Colli e della Macchia, i terrazzamenti di Valle Moscosa, di Serrasecca, di Scarparoli, tenimenti oggi in gran parte sodi e abbandonati. Ai tempi del Santo, anche fino ad epoca recente, ci volle il robusto cervello dei contadini per scoprire una terapia d'urto contro l'ingrata terra e il peso delle distanze. E' un vero dramma raggiungere certe località, lontane ore ed ore di cammino, per un lembo seminativo, che consenta di spintonare la vita e garantire l'esistenza. 
  
C'e veramente un senso di mistero e di fede, che accompagna i gesti dell'uomo legato alla campagna. Non sappiamo come stessero veramente le cose, poiché la tradizione orale al riguardo e incerta e gli storici contrastanti circa il tempo e le circostanze del miracolo, ma un itinerario logico può riportare la tesi al più naturale degli sbocchi. Un anno, durante un'estate dura e afosa, i genitori del Santo si trovano a falciare o a mietere sulla costa del monte Volubrella. La giornata e insopportabile, brodosa di caldo, 
ma non sono consentine soste. D'estate bisogna far tutto e in fretta, se si vuol garantire l'inverno. Inutile pensare a proposte di relax da ore sbucciate dalla sofferenza. Il Santo avverte il disagio dei suoi, anche il suo, e, distaccatosi un poco dal luogo, torna presto col lieto annuncio di vicina polla sorgiva. Il ristoro e generale. Con gli angeli e facile lavorare. 
  
Sul luogo, ch'e a quota 990 circa in costa al monte Volubrella (m. 1282), venne eretta " una piccola cappelletta, che chiamano cona " dice il Pierantoni, (20) il quale nel secolo XVII la visito e la trovo carica di doni votivi, ma anche di superstiziose e strane dicerie. Più che una cona essa e veramente una piccola cappella di forma pressoché cubica, (m. 2.50 x 2.50 x 2.50), con tetto a capanna e con perimetro esterno di m. 10 circa (il perimetro interno misura m. 6,50). L'ingresso, fornito di cancelletto, ha apertura di m. 0,75. Nell'angolo destro un catino in cemento raccoglie acqua leggera e buona, che fluisce all'esterno attraverso un canale di riporto. I roccatani l'attingono e la bevono con commossa devozione. Quando le visite comparizie tra il popolo di Trevi e quello di Rocca di Botte avevano la durata di tre giorni, non mancava la passeggiata dei trebani alla fontana di S. Pietro, che si raggiungeva con un'oretta di cammino. 
  
Ora essa non vi si effettua più, perché la visita d'un giorno solo a Rocca di Botte non permette distrazioni nella girandola delle cerimonie, ne la permettono i rovi, divenuti signori dei terreni incolti. Il sopralluogo, da noi personalmente effettuatovi il 4 agosto del 1986 in compagnia dell'amico dott. Michele Scio di Pereto e del compare di Rocca di Botte Carlo Marzolini, che funge da guida, e una vera impresa, poiché alle strade d'accesso e venuta meno la configurazione topografica. Alla cappella, in stato di semiabbandono e spoglia di tutto, anche di acqua sorgiva, compete un buon restauro. Quanto alla geografia fisica del luogo, si nota che a Rocca di Botte non mancano polle dovute a leggi di fenomeno carsico-argilloso. Sulle montagne sono venute a formarsi piccole raccolte di argilla successivamente coperte da terra rossa e da detriti provenienti dallo sfaldamento d,ei terreni carsici circostanti, da creare zone impermeabili. 
  
Le acque piovane affiorano sorgive alla superficie in stato perenne o temporaneo in base all'ampiezza del catino. La fontana di S. Pietro e appunto la manifestazione idrogeologica d'un bacino del genere e la sua conca argillosa, piccola e ristretta, giustifica l'intermittenza del flusso idrico. Tuttavia la tradizione del miracolo operato dal Santo, con la freschezza che l'accompagna entro la movenza d'una scena familiare e casareccia, e il riflesso della coscienza dei roccabottani sentitamente rispettosi della memoria di lui, sempre !pronto a celebrare con i suoi 8evoti riti di sapore umano, di cortesia, di civiltà, che sono i miracoli più belli. E' bello parlare del giovane Pietro, il quale non e nato santo, ma s'e formato col tempo, ch'e scultore di uomini. Gli anni sono i giardini, dove si coltivano i profeti. (21) Pietro è ormai grande e robusto e la logica patriarcale impone le sue scelte. Un buon matrimonio (22) e il mezzo migliore per arricchire la famiglia di braccia; anche quello d'essere in meno a condividere la torta di farro e il piatto di fave. Il padre ostenta i suoi discorsi; lui si che capisce; nell'acre salamoia del tempo e della storia sa ben distinguere gli ingredienti; e legnoso, maturo, ha stagionato pensieri scalzi, ma sostanziali. 
  
La madre lo spalleggia: "E' giusto. E' ora che si decida ". Gli untuosi convincimenti sono pure validi, ma non fanno breccia. Il figlio anzi li rifiuta; abbassa le serrande della mente e pazienta. Il quadro della vita di Pietro e da tempo turbato da improvviso conflitto interiore. Ha una gran voglia di vivere in solitudine e in comunione con se stesso; sente il languore dei giorni anche troppo succinti; sa che, quando la giornata si svena alla sera, c'e ancora qualcosa da fare. La vita del contadino comincia insomma a pesargli, ma ci sono le attrazioni del mondo, le sollecitazioni dei parenti. Abituati a misurare con,preciso passo la realtà. prima con discorsi allusivi, poi con inviti allettanti, padre, madre, fratello e zii fanno groppo intorno a lui: tentano, provano a convincerlo, aguzzano le motivazioni, pettinano le parole, scelgono gli argomenti. (23) Niente da fare. E' testardo il giovanotto. " Non mi sposo ", ribatte sempre fermamente. I genitori continuano a insistere, ma Pietro e piantato nella sua decisione; vi ha messo radici. 
 
Il flashback, la pausa riflessiva del giovane non dura a lungo. Dio lo colpisce ed egli ne cattura l'espressione e l'impressione come una macchina da ripresa; la presenza del divino gli diventa canto di gioia. Guardando bene nello specchio della vita, come se fosse magico, vede passato e futuro, soprattutto il presente, cui sente di non appartenere più. Lo specchio ha esperienze recondite, tribali, qualcosa di misterioso; e uno dei pochi totem, che resiste allo sciabordio del tempo. Bisogna credergli. La casa intanto diventa una polveriera, lui il figlio della rivolta. Il calendario sfoglia giorni di collera. Potrebbe imitare S. Enrico, che, pur di fare gli ordini dei genitori, si sposa vivendo in verginità; oppure S. Alessio, che abbandona la moglie il primo giorno delle nozze. Ma a che serve Le idee di Pietro gettano l'ancora del domani e non si tratta di idee gia sgretolate nel nascere. 
  
E' il marzo dell'anno 1148. L'inverno ancora crudo non da spazi alla primavera. All'alba d'un giorno, col cuore in gola che gli ribolle degli affetti più cari, abolite le ultime titubanze, fingendo di muoversi per i campi, parte deciso, lasciando la casa, la famiglia, la patria, i beni e con una sportula al collo si dirige alla via Valeria per decollare a piedi scalzi e spediti verso Tivoli. (25) I denti naccherano freddo, ma dal volto del giovane scompaiono le rughe della tristezza. Gli strappi a8ettivi sono sta8ilate al cuore e l'uomo difficilmente ne esce senza crepe, ma su sfondi di fede esse diventano assaggi di liberta. E' allora che la gioia, gigantesco segreto del cristiano, diventa l'arte di musicare i silenzi. 
 
 Testi tratti da Pietro Eremita L'uomo della speranza da Rocca di Botte a Trevi
 
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