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Da Rocca Di Botte a Tivoli
Testi a cura del Prof. Dante Zinanni  maggiori info autore
 Tivoli è una città, che ha digerito bocconi di gloria; ha in tasca la sua storia; imperatori, papi, principi, poeti e santi figurano nell'indice storiografico del suo album secolare. Ma non e questo, che alletta Pietro. Il vescovo di Tivoli estende il suo potere giurisdizionale anche nell'alta valle dell'Aniene, fino ad Affile. Anche il monastero sublacense, cui appartiene Rocca di Botte, e sotto la giurisdizione dell'episcopato tiburtino. A Tivoli con le acque del fiume Aniene confluiscono tutti gli interessi politici e religiosi della valle aniense e del Carseolano. Probabilmente Pietro gia conosce la città di Tivoli, ne ha ammirato la magnificenza, ne ha assaporato l'ospitalità; ha anche avvicinato i luoghi di culto: la cattedrale di S. Lorenzo, la curia, la scuola seminarile. Vi si dirige pertanto senza indugio, come naufrago al porto, coprendo nell'arco d'una giornata (magno itinere) le circa venti miglia (38 km circa) di distanza. 
  
L'anima e campo da coltivare con diligenza; bisogna imparare presto e bene la segnaletica, che:porta a Dio. Salito a monte S. Fabrizio, (1) scende ad Arsoli e s'immette nella Valeria. La strada, serpentina e rapida, lo getta presto nella valle. L'angelo della speranza, traendolo per mano, lo guida a specchio d'una selva di pensieri e d'immagini evanescenti, a tratti più vive, susseguintesi le une alle altre in uno spessore vario di rimandi e di suggestioni diverse. Poi l'Aniene prende a scorrergli a fianco, rigoglioso ma placido in quel tratto di valle, che tra Arsoli, Anticoli e Roviano si condensa, si sfoltisce, s'allarga. 
I borghi castellani vengono intanto fuori dalla nebbia, che si sta stracciando, spremendo umidità. E' una nebbia bianca, sbadigliona, che ha dormito tutta la notte accoccolata sui tetti delle case come per chiedere calore alla buona gente. Ora pero che la luce ne svergogna la pigrizia, s'ammucchia nel fiume, arrotolandosi come un lenzuolo. 
 
Pietro e uscito di casa ch'era freddo acerbo e teso. Il passo lesto lo ha riscaldato; e contento. La testa gli si gonfia di pensieri elastici. Se fino allora ha giocato, ora comincia a scorrere il corteo degli impegni. Sa che a Tivoli c'e un buon maestro, che si chiama Cleto. (2) Questi gli chiarire le idee. A Vicovaro lo conforta il pensiero di S. Benedetto, il rischio corso dal santo patriarca per il tentato avvelenamento, lo scampato pericolo, ma più l'audacia del giovane narnense, che con coraggio 8i leone pianto gli agi dell'Urbe per trovare Dio nella quiete della valle santa. La mente sventaglia pensieri senza misura: indizi analogici, lieviti speculativi, approdi metafisici, sollecitazioni mistiche. Rovescia la logica dei conformismi giovanili, sforbicia i drappi dell'infanzia, matura nella decisione di farsi largo nei rischiosi piani di Dio. E Dio sorride di buon umore. 
 
La Valeria, cinque o dieci secoli prima di lui, fu via romana dai mille commerci, dalle comitive frettolose, quasi allegre, che salivano e scendevano battendo il Fucino, Carsoli, Tivoli e Roma. Ma gli schiribizzi della storia sono strani; corsi e ricorsi sono incalcolabili. Nel medioevo, che tra le acacie frementi della valle misura arretratezze morali e materiali a non finire, le cose sono cambiate. Allo strascicato avanzare delle rare comitive tributarie fa eco, rapido e cadenzato, l'incedere dei corsari a piedi o a cavallo, sempre in agguato, pronti e lesti a scorrerie e rapine. Senza misericordia. I discendenti dei Marsi e degli Equi (i giusti e pacifici) son rifluiti nei tempi della leggenda. E' la legge della nuova libertà. Pietro cammina con la sportula a tracollo, portandovi dentro il pane del suo futuro, quello sottratto in fretta dalla credenza di casa. Lungo il Fiume consuma un cantoccio, che lo ristora. Si sente in forza. Per bere basta un po' d'acqua. La stanchezza poi è polvere; basta una scrollata. E fila proteso verso il chiaro della valle tiburtina, che si staglia in lontananza sempre più limpida fino ad aprirsi nel miraggio della campagna romana. 
  
Tivoli e terra ospitale. Vi giunge che s'e fatto giorno adulto più colorito del sogno d'un bimbo. Partita con andatura qualunque, ora ]a giornata s'e accesa di tonalità diverse. Ma la città e un mercato di gente indaffarata; gli urbani sbucano da tutti gli angoli, inzeppando di chiacchiere il tempo. Per Pietro, abituato alla solitudine dei campi, e difficile smaltirne la prima sorpresa. Tuttavia il sortilegio di Tivoli e cosa vera. Non lo cantarono solo i poeti ne lo sfidarono solo gli imperatori. Tivoli e città famosa, madre di santi, di eroi, che la resero illustre sovra ogni altra. Nel secondo secolo la sua Chiesa fu nobilitata (3) dal martirio di S. Sinforosa con i sette figlioli e da S. Getulio, detto Gotico, suo marito; da S. Vittoria vergine e martire, dai santi martiri Vincenzo, Maiore, Generoso e Quirino, da,papa San Simplicio (901-905), tiburtino di nascita, da Giovanni IX, dai santi monaci Sieverino (700) e Venerio (996), finalmente da 'S. Cleto diacono. Pietro ha un sussulto nell'entrarvi. Non immagina che proprio per quella sua venuta, nella valle dell'Aniene e a ritroso del fiume che ha costeggiato, un sentimento amicale di stima e di simpatia tra Tivoli, Trevi e Rocca di Botte nasce al tramonto di quel giorno per la durata dei secoli. Il gioco e solo all'inizio. 
 
Entrato in città, Pietro non ha più indugi. La Valeria porta diritta a S. Lorenzo, ch'e la cattedrale e la residenza del vescovo. Il tratto e breve e i minuti, che mancano all'arrivo, zampettano come mosche impazzite. Eccolo finalmente alla porta. Bussa con la commozione, che in teatro fa vibrare l'animo dello spettatore all'aprirsi del sipario. E' un momento importante. Ha venti anni, un fisico fatto, una cultura nulla, da analfabeta, ma ha nell'anima la freschezza verginale della sua terra roccatana, con la quale e riuscito a vincere un esercito di dubbi. Poi e Dio che lo chiama. Varcata la soglia del seminario, lo accoglie un sant'uomo di nome Cleto, (4) diacono di quella chiesa cattedrale, direttore della scuola apostolica incorporata a S. Lorenzo, il maestro incaricato dell'educazione del giovane clero e dei futuri catechisti; uno, insomma, che capisce i geroglifici 'di Dio. 
 
L'autore della Vita antica di S. Pietro lo definisce ' onestissimo '. E' tutto dire. E il Pierantoni commentando aggiunge: " Homo honesto significa lo stesso che homo giusto, pio, religioso e di molta virtù ornato, secondo il detto di Quintiliano (II, c. 4) iustum, piùm, religiosum, ceterumque his similia honesto complectimur (5) ". La scuola di Cleto (6) impartisce la formazione spirituale e dottrinale necessaria agli apostoli del vangelo, imbeve gli alunni d'una conoscenza ampia e solida delle 'discipline sacre, li radica nella fede, li nutrisce con i sacramenti, li informa dei doveri e degli oneri propri dei ministri della Chiesa, educandoli al celibato, dono speciale di Dio. Mediante tale formazione i chierici sono resi idonei ad esercitare fruttuosamente il ministero pastorale, vengono iniziati allo spirito missionario, apprendono il valore dell'esercizio delle virtù, acquisiscono un'adeguata capacita recettiva, che armonizzi insieme i valori umani e quelli soprannaturali. 
 
Legati con carità umile e filiale al romano pontefice, successore di Pietro, aderiscono al proiprio vescovo come cooperatori fidati e si dispongono alla fraterna unione con il presbiterio diocesano, cui fanno parte per il servizio della Chiesa. Cleto tratta Pietro con amorevolezza, lo fissa negli occhi, lo squadra nel portamento, lo scopre sincero. Comprende cosa c'e dietro la covata di pensieri del nuovo arrivato e lo agguanta per Iddio. Uomo di lunga navigazione, capisce cioè subito che c'e stoffa nel giovane di Rocca di Botte, che alto, robusto, schietto, ha dentro di se carismi di speranza. Fuori della catacomba dell'anno mille serve ricominciare, bisogna riempire di nuovo i cameroni dei seminari, ripopolarli con veri uomini di Dio per dissodare la terra di nessuno; e ora infine di ridare fiato agli avventurieri dello spirito, che si battono per Cristo senza medaglie, che hanno sempre qualcosa di vero da affidare. 
 
Le parole del diacono tiburtino, impegnato a far provviste per Dio, si compongono di semplici domande, ma Pietro ne viene arpionato e aderisce a Cleto, maestro degnissimo, accettandone radicalmente il messaggio. In pochi istanti rifabbrica la sua esistenza gia progettata e, mentre la Chiesa e l'impero sgocciolano approcci di storie incredibili, egli decide di rimanere in seminario. (7) Un giorno per i boschi di Bocca di Botte o per i sentieri di mente Carseoli (colle della Madonna dei Bisognosi) semino risate spensierate con i compagni; fece anche a botte per niente. Ora in seminario impara che nell'oggi si prepara il domani. Due anni insieme maestro e discepolo, Cleto e Pietro, entro un contesto comunitario estraneo alle leggi dell'opportunismo, pronto a giocare una partita con mosse, che inciampano contro la logica usuale. Un poeta canta: Vivo di sogni e di speranze pazze. Nella sua officina Cleto costruisce gioielli, ognuno un modello. Se necessario usa lima, pialla, martello, ma tutti devono uscire temperati, uomini di ferro, pronti a forgiare altri uomini. Non può deludere e dare fantocci a un mondo in rinascita. Devono avere idee chiare, verità incarnate, forze impetuose, fisse rotaie coloro che sono destinati all'annuncio del vangelo. 
  
La strada bisogna farla nuova e i discepoli di Cristo devono inventare i giorni, scavalcare la tenaglia del tempo, fiutare i bisogni della storia. E' vero che ogni giornata ha le sue incognite, ma a sera i conti tornano. Si lavora di mani per smuovere e ossigenare i pensieri e per blasonarli di vera nobiltà, ma c'e anche il tempo, e molto, per pregare e meditare a misura d'eternità, per sentire il polso del mondo, per le richieste del domani. S'impone ad ognuno docilità nell'impiego, totalità d'impegno, fuga dall'ozio. E Cleto e paziente, sa aspettare, allorché radiografa un'anima e capisce che c'e sostanza. Quanto a Pietro, ne ha saggiato la tempera, ora lo prepara, mettendo alla prova la sua resistenza. E' una tattica, che usa con tutti. La usa a maggior ragione con lui, non imbevuto di cultura, ma brillante di mente. Nel campo di Dio non c'e spazio per divi. Il fogliame va potato, se s'intende l'estate vedere i frutti. 
Il ritmo di vita e duro, i lavori manuali pesanti, i pasti fanno rantolare lo stomaco, ma Pietro non si spaventa. Sopporta gli sgambetti e avanza su convogli veloci nei piani del maestro. 
  
A Cleto quasi e difficile seguire quel giovane, che viaggia con anni d'anticipo, che sfuoca i pensieri dell'oggi per guardare a distanze impenetrabili. Dietro l'ansa dei momenti immediati, ne scorge gli scatti del vivere sempre nuovo. Al mattino il giovane s'alza dal letto quando l'alba non e ancora in piedi e prende a spizzicare temiti di preghiera; poi l'officio divino e la messa. Allora guarda con smarrimento gli altri, tutti pronti alla recita. Non sa leggere, ma sa pregare e segue con gli occhi il rincorrersi dei geroglifici, fatti di lettere alfabetiche e di note gregoriane. Sa che pregare significa vivere con Dio e leggere evangelicamente gli avvenimenti della storia; allora prega cosi. Gli occhi gli scottano per il lungo vegliare in preghiera. Apprende anche l'arte del servizio liturgico, del decoro della chiesa e si presta ai lavori più umili. Prepara il suo domani apostolico con sicurezza di quercia. La stanchezza non lo trova mai alleato. A ventidue anni (quanti ne ha) si può essere sfiniti solo se non si lotta. La vita è per lui un progetto continuo, anche nei naufragi. 
  
Bach morente dirà più tardi: Signore, ho fatto il possibile. Non si può non guardare con gusto e con simpatia un giovane cosi fatto. Un tipo del genere procura sensazioni intense e insistenti. Il seminario, più che un groviglio del vivere, prende a sembrargli un'oasi di pace e la disciplina non gli e dura. A Rocca di Botte ha imparato a tirare il fiato lungo, può lanciarsi nella pista. Sa che al varco lo aspetta Dio. Scuote anche gli altri, che si afflosciano nell'accidia e s'immiseriscono nell'apatia. Prega e ripassa con Dio i suoi ideali, con Dio batte le sue giornate. Un biennio (8) di permanenza nella scuola seminarile di Tivoli e sufficiente a raffinare il nostro giovane nell'esercizio delle virtù e a introdurlo nella lettura pur sommaria dei testi sacri. I superiori sono contenti di lui, anche Cleto, anzi lui in particolare. Il pio diacono, avanti negli anni, temprato alle rinunce, prende a imparare da quel giovanotto dallo sguardo magnetico e armato di certezze; scopre dal discepolo che la vita si coniuga a cariche di volontà, ma anche con un pizzico di fantasia. E' conquiso dalla sua andatura spirituale, dalla sua crescita composta. 
  
Fuori la vita e una bolgia di miserie e di violenze, ma il regista e Dio. Pietro non sa ancora che verrà chiamato a rianimare i frammenti del corpo fracassato della sua terra. La statura spirituale di Pietro convince Cleto a privilegiarlo tra i discepoli e a presentarlo al Vescovo (9) per qualche incarico di responsabilità. Nella bottega del mondo ognuno ha un suo ruolo, ma Dio vuole fior da fiore. Non e una parzialità quella di Cleto. Il figlio del contadino di Rocca di Botte ha macinato a Tivoli due anni focosi, e,pronto, imbrigliato nel progetto di Dio. Non ha frequentato il corso di studi umanistici, ma e profondo in quello della spiritualità. Non conosce di storia e di latino (nunquam noeerat), (10) ma ha maturato i suoi sogni, ha messo a dura prova 
il futuro, che in un tempo lontano ha scovato all'incrocio delle sue intenzioni. Anche gli entusiasmi sono filtrati al severo setaccio della quotidianità. E' diventato un soggetto, che sa regalare rugiade di certezza ed ha sicurezze da imprestare a preti dall'orizzonte ridotto. 
  
E' giunta l'ora d'una nuova avventura. Il vescovo e una persona dal dialogo asciutto, ma di vasta esperienza apostolica. Non sradica entusiasmi, li bonifica. Capta il significato della relazione di Cleto come un'antenna di Dio e ne accoglie la richiesta. In fondo quel giovanotto ha gli occhi buoni, un'allegrezza di farfalla, l'anima fresca d'un angelo disoccupato. E' bene ingaggiarlo per la milizia ecclesiastica. Gli offre la proposta di mettersi a servizio della Chiesa, di caricarsi di rischi e di mistero e Pietro senza esitazione, slacciati i residui, esili legami col passato, risponde di si, pronto a cavalcare l'infinito. Cadono le tempora di primavera e con paterna allegrezza (gaudens) (11) il vescovo gli conferisce la tonsura (12) clericale. 
Col sacramentale ricevuto, che lo serve alla milizia ecclesiastica, Pietro capisce che ormai bisogna reggere al,passo, correre avanti veloci; tutti i paesi del mondo gli appartengono. Il mandato apostolico gli impone di essere il seme del nuovo Israele, braccio operoso della sacra gerarchia, elemento carismatico nella trasmissione orale di ciò che la Chiesa e, idi quello che essa crede. Il tempo dell'emergenza non si fa aspettare e Cleto ne coglie il momento. (13)
  
Quando meno Pietro se l'aspetta, contro ogni umana prospettiva lo chiama a se non per prometter gli ordini minori, ma per consegnargli a nome del vescovo una croce di ferro, (14) autentica realtà del vangelo. (15) In quel giorno di primavera, profumato di viole, Cleto non può conoscere tutta la strada, che percorrerà quel giovane discepolo. Dice un antico canto Zen che una sola goccia d'acqua ha il sapore di tanti fiumi. Con voce solenne Cleto, più probabilmente lo stesso vescovo, accompagna la consegna della croce (16) con parole, che sanno d'altro mondo: " Andate e predicate ciò che Dio vi suggerirà ". (17) Una scena, che si ripete da secoli nella Chiesa da quel giorno lontano, lastricato di sole, laggiù in Galilea. Andate e predicate. Parole, che dette al plurale pesano quanto il mondo. (18) Pietro a tutto pensa nel lasciare i cocci del suo passato,per donarsi a Dio, ma non a questo: a un incarico cosi sollecito, più grande di lui. Finiscono in un baleno i suoi sogni color ametista. Ma c'e un mondo che crolla, una società che deve rinascere; bisogna partire per la nuova avventura. Cosi il giovane di Rocca di Botte non sarà un eremita solitario, ma un itinerante, un pellegrino apostolico col carisma del ministero di Pietro per le vie del mondo. 
  
L'esperienza del divino, colta nell'atto di fede e di preghiera personale, lo porterà ai fratelli, santuari invecchiati del Dio vivente. Egli testimonierà la fede con un comportamento attivo, con un cammino, che mobiliti anima e corpo, perché la Chiesa non si esprime in principi e astrazioni, ma realizzando l' 'alzati e cammina ' del vangelo. E' un aspetto fondamentale della strategia apostolica del diacono Cleto, che entra a far parte del modo d'essere eremita del nostro Santo. Il bisogno delle comunità ecclesiali di fare a fondo l'esperienza della fede diventa un imperativo, avente valore di comandamento e l'obbligo di coscienza nella mente di Pietro come nella vita Nella Chiesa postmillenaria. Lo straordinario impulso mistico, ricevuto nella solitudine, deve essere la base di decollo per viaggi di amore, di fratellanza, di catechesi, di dialogo con i poveri di Jave e con i potenti della terra, Bisogna zappare il deserto. 
 
 
 
Testi tratti da Pietro Eremita L'uomo della speranza da Rocca di Botte a Trevi
 
 
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