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Il vaso risanato
Testi a cura del Prof. Dante Zinanni  maggiori info autore
Quando Pietro e in casa, e festa (14) per gli amici, gioia per il priore, perché il giovane ha una festevolezza sempre nuova nell'anima, trecce d'idee eroiche e monellate di risate; l'incanto dei suoi occhi fanciulli rasserena tutti. Sarai un grande uomo, se saprai restare fanciullo, dice Steinbeck. Una domenica Pietro e in S. Abbondio. La comunità e chiassosa, ride di gusto. Il priore ha fatto preparare un buon pranzo a sollievo festivo della fatica domenicale. E' il giorno del Signore, il lavoro e stato abbondante, assolato e puntuale ai richiami. Ma a mensa manca il vino. Non si celebra messa senza vino. " Corri dall'oste - dice il priore a un famiglio di nome Giosè - prendi del meglio, che ha ". Giosè vola in cucina, agguanta la caraffa più grossa che trova, fila all'osteria e in un batter d'occhio e di ritorno col vaso pieno d'un vino, che bacia il palato, abbraccia l'ugola, accarezza lo stomaco. " Eccomi! - esclama tornando - m'ha dato un nettare di dei ". 
  
Ma nel mostrare la caraffa piena, distratto dal momento, non bada e inciampa nella soglia ch'ha sotto i piedi. Un tonfo e crack. Il vaso si ritrova frantumato in terra, mentre il vino si dilata a macchia sul pavimento. Fatalità imperdonabile! L'anima del povero Giosè s'attorciglia di paura. Quel sant'uomo del priore non ci vede più, tanta e la rabbia, che gli gonfia dentro. L'ira lo acceca e addio virtù della pazienza: - " Guai a te, sciagurato! - grida al giovane famiglio - pagherai la leggerezza ". Gli occhi di Giosè sbatacchiano convulsi. Fortunatamente alla scena e presente il Santo con dentro di se esperienze senza confini. Con solare ottimismo, capace di dar anima anche alla polvere, fa agli amici un regalo di vera sinfonia in do maggiore. " Date a me i cocci " dice al priore imbestialito e, avutili nelle mani, esce di casa, 'sosta un momento in preghiera, fa qualcos'altro che solo Dio sa e che si può intendere, (15) poi tra l'ammirazione idi tutti rientra con caraffa integra e piena di vino migliore, che consegna al priore per la gioia della mensa. 
La solita maniera per tenere allegra la piccola brigata di S. Abbondio. (16) 
  
Questa si che e giovinezza! Il cristianesimo e vino nuovo, mosto in fermento, non può restringersi entro i limiti delle misure umane; e tessuto impastato di presenza e di generosità, di pazienza e d'umiltà; non e tradizione religiosa da ' bell'epoque ' con coppe di champagne frantumate all'alba. Il buon umore di Pietro emigra sugli altri, disponendoli a diventare impresari di anime, costruttori di uomini. A lui si può attribuire l'adagio biblico: " dedit illi Dominus charitatem magnam " oppure l'altro: " ecce homo sine querela, verus Dei cultor, abstinens se ab omni opere malo et permanens in innocentia sua " avendo avuto, come dice il Pierantoni, " in grado eccellente l'Amor di Dio ". (17) L'apografo riferisce che molti sono i miracoli operati dal Santo nei cinque mesi che dimora in Subiaco, ma ne tramanda soltanto alcuni di notevole interesse, documentati dal giuramento di testi oculari. Oltre i gia sopraccennati, compiuti in Sant'Abbondio, due vengono operati nel monastero sublacense, luogo d:a lui teneramente amato e frequentemente visitato. (18)
Il monastero e quello detto di S. Scolastica, signore silenzioso e austero della valle aniense, fascinoso per il mistero di Dio, che lo pervade. 
  
Il nome e la fama di S. Benedetto e richiamo incessante a salirvi per scoprire Dio nella pace del monte e per servirlo nel culto della carità e dell'amicizia. Pazzo per Iddio, ognuno e al suo posto in quel luogo di paradiso terrestre. Forte di centinaia di braccia e di menti saettanti idee, il monastero anche ai tempi di S. Pietro, malgrado la penuria dell'età, scrive pagine di storia a caratteri d'oro. Il Santo vi sale di frequente da diventare l'amico di tutti. I monaci centellinano la meraviglia del suo stile di vita. Ma non c'e tempo per compiacenze fantasiose: le urgenze dei poveri sono inesorabili; bisogna rammentare anime, risanare coscienze, costruire uomini. La storia dell'eremita itinerante si fa attraverso il destino dei poveri, degli erranti, dei diseredati. D'esseri finiti, ripiegati su progetti crollati per sempre, essa fa gli uomini della speranza, gente nuova, capace di guardare al futuro, poggiando sulla rocciosa forza della buona novella, per cui il domani costruito da Dio e sempre migliore dell'oggi dell'uomo. Pietro comprende che prima che una discriminazione coatta, la povertà e un apartheid dell'anima e del corpo, di costume e di civiltà. 
  
Cosi è chi analizza la storia di Narciso, scopre che il suo dramma non fu la vanita, ma la solitudine. Se avesse avuto qualcuno con cui confrontare la propria bellezza, Narciso non avrebbe spento la sua giovane vita nel fragile rapporto con un tremulo specchio d'acqua. Di qui lo sguardo d'amore di Pietro rivolto ai poveri, non illuso ne deluso dalla realtà incombente. Di qui le frequenti visite al monastero, che come il mare raccoglie da ognuno e riversa a tutti. Il Santo vi sale, avvicinando sempre con peculiari premure il cellerario o economo, (19) cui e afFidata la direzione dell'annona monastica. Il buon uomo se lo trova spesso vicino, come il padrone un cane fedele, ed e sempre pronto a servirgli qualcosa per i suoi poveri. Pietro raccoglie e mette nella sporta con gesti di sollecita felicita, mentre il monaco se lo gusta con gli occhi parlandosi dentro: "Che tesoro questo giovane di Rocca di Botte in confronto dei fornitori di vuoto sempre tanti per le vie del mondo! ". 
 
A Pietro il cuore respira con l'ottimismo, che porta dentro; anche la carità gli si sgomitola con la chiarezza del vangelo. Beati i poveri. Per loro e pronto a tutto, anche al miracolo. (20) In fondo il miracolo e un gioco nelle mani di Dio e può esserlo anche nelle mani dell'uomo; Purghe si abbia fede, le montagne si spostano. Col sacco di promesse in spalla, sale un giorno al monastero, bussa alla porta, saluta il custode e sguscia in cucina sdrucciolando cauto verso il dispensiere. " Tempi duri, amico (frater mi) " dice rompendo il silenzio non senza aria di sconforto. " E calamitosi " conferma il monaco, mentre con mani stoppose rimuove cassette da un tavolo all'altro. " A qualcuno dei miei poveri ieri e mancata la carità Hel pane " sottolinea il Santo. " Allora " ribatte il monaco con indifferenza. " Vorrei qualche pane in più oggi, amico, dal tuo buon cuore ". " Impossibile, oggi! Ci sono quattro soli pani nell'arca da porre a mensa per un convento di bocche da sfamare. Mensa magra, porzioni grame, da tessera, per la fame del giorno " scalpita il cellerario. " Qualche pane in più solo per oggi, - insiste Pietro - domani Dio provvederà ". (21) " Divido con te la mia frugale cena di monaco, ma fuori del monastero nulla ". 
  
E' l'ultima volontà del dispensiere. Il dialogo e un alternarsi di fremiti diversi, uno sciogliersi e un riannodarsi di parole insistentemente le stesse e Pietro capisce che e inutile continuare. Deve risolvere il problema da se. Ha dunque un momento di pausa, poi rivolto al monaco: " Riprova, - dice cortesemente - apri l'arca, semmai ci sia qualcosa in più ". Quattro frettolosi passi e il dispensiere e con la mano sul coperchio. " Vieni - redarguisce - vedi con i tuoi occhi ". Ma, straordinario! Bianchissimi e abbondanti peni profumano entro l'arca ricolma. Il momento si colora di prospettive luminose, d'attimi di meraviglia, di punte d'emozione; s'addolcisce anche, mutato in parentesi di sogno. Il cuore del monaco indugia stupito davanti allo spettacolo. E' dunque festa per molti, soprattutto per i poveri e gli umili, come ai giorni di Elia in Sarepta di Sidone, come ai tempi di Gesù sui passi di Galilea. Che il Santo sia stato di casa nel monastero di Subiaco lo conferma altro miracolo, narrato dall'apografo, che lo fa intuire ospite abituale (22) della mensa monastica tanto da beneficiare d'un posto fisso nel refettorio e di porzioni del pasto comunitario. Può infatti richiedere al priore l'assegnazione della sua porzione di pesce (de illis suam petiit portionem piscibus). (23) Siamo nel 1152. 
  
La penuria (24) non e poca, il grano scarseggia, le carni non sono ' habitue ' delle mense, sono anzi sogno proibito; ma il pesce abbonda grazie alla produttività del fiume Aniene, che scorre a due passi, e al commercio ittico favorito dalle risorse del non lontano lago Fucino. Una volta ancora Pietro e pronto per uscire di casa diretto al monastero. L'alba e un quadro bianco alla finestra, ma i pensieri gli si piegano sulla fronte. Avanza verso il monte, salutando con garbo artigiani e contadini, portatori e mendichi, che incrocia sul sentiero. Lo colpisce particolarmente il lamento, che viene da un uomo di stracci, senza più monete al di fuori del cerchio del suo cuore: un libro di dolore aperto sui suoi passi, uno spettacolo di quelli per cui i sogni vanno veramente via volando in fretta sui fatui cappuccetti rossi della vita. Ma a sfogliare la malinconia si perde tempo e Pietro si muove verso di lui, lo ascolta, l'invita a salire. Il monastero ha per il Santo confortevole aria di casa. Spazio e tempo vi convivono come categorie di storie consumate in preghiera e lavoro scavando universi di speranza. Nell'estasi leggera, che entrando prova ogni volta, gli s'arruffano pensieri e utopie appesi come mimi ai rami del tempo tessuto d'affanni; pure vi respira millenni di pace. 
  
Diretto alla cucina, lo sorprende un buon odore di pesce arrostito. " Giorno fortunato! " si dice e il cuore gli diventa un oceano bambino in una sfera di felicita. Poi col cuore a passo di danza rinviene il superiore, cui chiede umile licenza di partecipare al povero, che ha con se, la sua porzione di pesce. Il priore (25) lo guarda sorpreso e compiaciuto. Non può non annuire. La carità e ilare e proposte del genere non rientrano nelle consuetudini dei monaci. Ordina pertanto al cuoco di fornire al Santo la porzione richiesta. 
Per il cuoco pero sembra giornata nera. Forse,per essersi visto sorpassato autoritativamente, forse per ferite di stanchezza, che in certe ore e l'unica padrona dei nervi, accartoccia due piccoli pesci e li rimette frettolosamente nelle mani del Santo: "Ecco - balbetta - va', ho da fare, lasciami in pace ". Pietro lo conosce bene, lo ha sperimentato tante volte. E' poi esploratore di solitudini, sa che in tali circostanze reagire non giova. Prova allora a convincerlo con pacate e dosate parole: " Qualcuno ancora, amico, per un mio povero, per la gran fame, che porta stampata sul viso lacero di stigmate ". Il cuoco non accetta dialogo, divien selvatico (26) e con gesto di rabbia di chi tempo non ha, scarica la sua acredine sul volto del Santo, allungandogli un ceffone condito di piccante salsa d'orgoglio. 
  
Pietro è allibito, subisce uno scossone, ma incassa il colpo. Subito, vincendo se stesso, lascia la cucina e si porta in chiesa, (27) ove un timore trepido lo coglie nel rovistare i grani di rosario scoppiati come melograni maturi. Il trambusto e evidente. Intorno e una vertigine d'angoscia. Al cuoco, dietro lo schiaffo, la mano e diventata secca, inaridita (arida apparuit manus), le guance color di rame. Il bisbiglio si fa brusio, poi cicaleccio e la nuova corre per i corridoi del monastero, impossessato da stupore e meraviglia. La confusione imperversa nella comunità smarrita: " Inaudito! Un affronto al Santo! Avrai la tua penitenza " sentenzia il priore, che rimprovera e strapazza l'impetuoso e malcapitato cuciniere. (28) Questi ha occhi sbranati di dolore; e senza fiato. Con lo sguardo angosciato di vergogna osserva la mano stecchita e teme. Ma pian piano al timore subentra il rimorso, un senso d'interiore rinnovamento; capisce d'aver sbagliato e chiede perdono, domanda d'essere capito, reintegrato. Uno dei pregi della vita religiosa e monastica e il perdono comunitario, che segue alla confessione delle colpe. Gli astanti, dunque, compresi del momento, lo spingono verso la chiesa, ove Pietro prega con in cuore il sapore dolce amaro dell'onta subita. 
 
La scenica comparsa dei presenti, il coro di spettatori e di testimoni promuovono di nuovo un dialogo, preludio alla riconciliazione: " Va' pure in pace, amico - 'dice il Santo al cuoco confuso e umiliato - ma non tradire più le attese dei poveri " e lo accomiata con benedicente segno di croce. Con la speranza rinverdita, anche il vigore torna a fluire nelle vene dell'arto inaridito. (29) Perdonare può sembrare una sconvenienza, perché col perdono il conto non torna mai. Quando uno strazio distrugge un'innocenza, nessuno può recuperarne l'armonia. Il perdono del figlio di Bachelet e della figlia di Moro non ha restituito alla famiglia i genitori morti ammazzati dalle brigate rosse. Ma il perdono s8da la ragione, contiene qualcosa d'un altro ordine. E' un'alta e pericolosa sapienza, che pero non elude la giustizia; e soltanto un'altra giustizia diversa da quella della legge. 
 
Nella scena del perdono, che consacra la santità di Pietro, sono contrapposti i simboli dell'orgoglio e dell'umiltà. Poi i ruoli si capovolgono e si stabilisce un nuovo equilibrio. Se l'orgoglio genero l'offesa, ora l'umiltà scatena l'umiltà, facendola sorgere dalle profondità del cuore. Il gioco avviene nel libero scambio del dono, nel segno mistico e concreto della carità. Esempio morale e civile, che al problema della violenza contrappone l'efFicacia del perdono, Veramente i gesti di S. Pietro sono saggi di stile su campi di sole. C'e da sottolineare anche la portata dell'opzione preferenziale del Santo per i poveri, quasi una nuova concezione etico-distributiva dei beni comuni con la fondamentale preoccupazione per l'evangelizzazione del lavoro e della cultura, convergenti sull'uomo come soggetto materiale e spirituale, evidenziati dalla esperienza esistenziale del Cristo storico. 
  
Nel binomio povertà-lavoro convergono il mistero dell'uomo e il mistero di Cristo, che ne svela le profondità; Pietro pertanto e ammonizione e stimolo perché a nessun essere umano sia vietata la gioia di sentirsi immagine e gloria di Dio e la precarietà e la miserie non alberghino più nelle case degli uomini. Anche il barbone, il drogato, l'ubriacone, il malato sono cocenti sembianze del Cristo, che ha assunto su di se i dolori e le abiezioni degli uomini; pure in tali diagrammi della sofferenza umana occorre scoprire l'incarnazione del Verbo per adorarla e servirla con umiltà. 


Testi tratti da Pietro Eremita L'uomo della speranza da Rocca di Botte a Trevi
 
 
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