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Miracoli dopo la morte
Testi a cura del Prof. Dante Zinanni  maggiori info autore
La fama della santità di Pietro, diffusasi repentinamente, conquista l'animo di molti, ispirando fiducia, devozione, desiderio d'incontro. Cittadini e forestieri ne ricercano il sepolcro come le stelle il proprio polo. Più che tomba, esso sembra altare, sul quale trebani e devoti offrono quotidianamente l'incenso del dolore e della speranza. Sostarvi in preghiera e come trovarsi all'alba di libere stagioni quasi che in luogo delle ombre crepuscolari e della notte, che avvolgono i tumuli degli uomini, ne abbia preso possesso la primavera, entratavi a cantare del morto la florida giovinezza spirituale. 
  
Fu povero, ora lo scoprono ricco di valori, giovane dagli occhi limpidi e puri; fu mite, lo riscontrano uomo del perdono, amico che paga di persona, santo che non delude. Le meraviglie di Dio, tenute celate secondo la fondamentale esigenza mistica del nascondimento, davanti al suo sepolcro si manifestano nei segni d'una concreta presenza taumaturgica. (12) Porciano, Alatri, Vico nel Lazio, altri paesi limitrofi sono voci all'unisono nel gratificarne la potente intercessione. Nei dintorni di Trevi una stessa pudica storia di memorie rinate: voci di padri, echi di figli, l'inno benedicente di comunità rivestite a festa per la celebrazione del banchetto di grazie al Santo di Trevi, all'umile figlio di Rocca di Botte. Indicativi sono i prodigi riportati dall'apografo, che in ordine riferiamo. 
 
  

La figlia del cavaliere 
La giovane figlia d'un cavaliere (13) (non se ne conosce il luogo d'origine), noto per prestigio di doti guerriere e atti di valore (l'apografo parla di strenuissimi militis), soffre pene indicibili per una fistola, che le lacera la mano. Il padre e nella costernazione: l'antico suo orgoglio e spento, l'animo e un tessuto di dolore, che sbatte invano contro la muraglia degli affanni; la casa pare tana d'un leone ferito, gli occhi aculei di una so6erenza sferzante sono accuse rivolte alla cieca mano del caso. Ma gli arriva all'orecchio la fama prodigiosa del Santo di Trevi. " Forse e la provvidenza " si dice, mentre un lampo di gioia brilla sulle fiorite rive della sua risorta speranza. Prende con se la figlia, corre a Trevi e accede dimesso al sepolcro del Santo (mox ad eius tumulum pervenit). Qui la preghiera lo rinfranca, l'umiltà lo eleva e il tesoro gracile dell'anima, lacerata dal dolore, insieme al fistoloso tessuto della mano fanciulla rinverdisce, recuperando il naturale vigore. Alla vista della figlia guarita nel cuore del padre cade la luce di cento stagioni. Per essere cavaliere di Dio. 
 

L' uomo di Porciano
Dal castello di Porcino (14) viene a Trevi un uomo distrutto da uno stato febbrile, che ne altera interamente il metabolismo. Brividi, sensazioni di calore, sudorazione, tachicardia, palpitazioni, dolori muscolari e articolari, delirio e fotofobia, malessere dalla testa ai piedi (totumque corpus fere in doloribus commovebat) sono il sale delle sue lacrime. Sente dire della virtù benefica di Pietro e senza indugio (sine dilatione aligua) corre al sepolcro del Santo. Il pianto gli cava le gote, il fervore l'anima. Ma non s'alza di li prima d'essere esaudito. Dice l'apografo che torna a casa libero da ogni male (sanus et incolumis ad propria remeavit). 
 
 

L'epilettico
La fama taumaturgica di Pietro si sparge anche in Alatri, (15) ove un giovane e oppresso da mal caduco. Turbe parossistiche tendenti a ripetersi, accompagnate da fenomeni motori sensoriali, vegetativi anche a carico di processi mentali lo sconvolgono. La crisi e costituzionale, di grande male, con respiro che s'arresta, con perdita di coscienza e cadute a terra in stato comatoso. Ne la medicina riesce a sollevarne la condizione. Manca:no farmaci con requisiti d'efficacia e di immunità. Noncurante della distanza, da Alatri si porta a Trevi presso il sepolcro del Santo. Vi si avvicina, lo tocca, lo bacia. Gli occhi indiscreti celano i segreti del cuore, i desideri rincorsi. E Pietro non lo delude, infatti l'attesa si fa certezza, liberazione (pristinam sanitatem recepit). Lungo la strada di ritorno il canto del giovane s'eleva come fiore di bosco innalzato da aquilone. Su Alatri il cielo piove allegria. 
 
  

La fanciulla di Vico 
Porciano, Alatri, Vico nel Lazio formano un triangolo castellano di notevole importanza nella Campagna. La geografia politica ne registra rapporti di vicinato non sempre facili e amicali, non tali tuttavia da impedire scambi commerciali e servizi civili, per i quali anche le nuove da un luogo all'altro penetrano come nutrimento appetitoso della curiosità paesana. Ritoccate, modulate, ingrandite esse passano di bocca in bocca per arrivare agli interessati al momento opportuno. Cosi dopo i prodigi, operati a favore dei miracolati di Porciano e di Alatri, anche Vico (16) ha la sua fetta di felicita grazie all'intercessione del Santo di Trevi. Una fanciulla vicana per un'ulcera, che morde atrocemente, ha quasi disseccato un dito della sua bella mano (digitus manus suae arefactus ulcere plenus) e i tentativi dei medici ad ovviare al male sono scoraggianti. Il cuore della madre e un libro di dolore, un'onda d'amarezze, non regge alla sventura. 
 
Il nome di S. Pietro di Trevi le giunge come nota di violino lontano, quasi come inconscio messaggio, che pure la convincono a tentare la prova. Viaggiando come figlia della strada sotto una cappa di pensieri, si porta davanti al sarcofago del Santo, cui fa un voto per la guarigione della sua creatura (beato Petro votum vovit). Chiede e prega, prega e chiede con fervore. Tra le solitudini di due mani racchiuse a coppa un cielo di speranza riflesso nei palmi. Il risultato e magnifico, una gioia .per gli occhi e per i sensi: il sangue torna a rifluire nel dito ulceroso della giovinetta. Constatata tra lacrime di commozione la guarigione, madre e figlia s'affrettano felici e grate a sciogliere al Santo il voto promesso (munia laudis indesinenter cum voto persolsunt). 
 
 
 

Lioto 
Il fare di Pietro ha sapore di vangelo, perciò la sua predilezione e per i piccoli. Da Gualtiero a Lioto il passo e breve non in ordine di tempo, ma di presenza liberativa. Gualtiero e bimbo di tre anni, vissuto ai tempi del Santo (il lettore ne ricorda il prodigio), Lioto invece e la sua bella storia appartengono al secolo XIII, venendocene trasmessa notizia da Pietro, abate di S. Maria, che visse dopo la canonizzazione del Santo e fu testimone oculare di quanto racconta. Lioto e di Trevi (puerulus Trebensìs trium annorum), (17) nato all'ombra del castello e i genitori se ne beano, guardandolo, come a luce di luna che cala su monti sopiti. Con Lioto in casa tutto e diverso, la sua presenza e seducente. Nelle giornate primaverili lo portano con se all'aria aperta e il bimbo gioca nel prato, esteso quanto il mare, e 'batte l'erba alta come si fa per infrangere l'acqua. Ma all'età di tre anni l'immobilità l'agguanta. Un gelido torpore (horribili infermitate superveniente) lo colpisce al fianco sinistro dall'inguine in giù (ab inguine deorsum), paralizzandone totalmente la parte sinistra. Dunque a tre anni per Lioto e gia la definitiva chiusura del regno dell'avventura e dei sogni. 
  
E' veramente triste spettacolo vedere un uccello ferito, che tenta librarsi ma ricade inesorabilmente a terra. L'inconciliabile contraddizione naturale sconvolge i piani umani dei genitori. Un senso di ribellione alla sventura li assale, il cielo si fa cemento. La realtà dei giorni li racchiude in strade senza uscita, il dramma e allucinante. C'e pero il conforto degli amici, il ritorno fiducioso in se stessi e agli abissi dello sconforto un chiarore di speranza: sul buio freddo e fatale del tormento psichico (inenarrabili dolore afflicti) spunta una luce. Ricordano che a Trevi c'e San Pietro e lui può risolvere. Per tre interi giorni (spatio trium dierum) ne invocano gemendo la grazia, poi, preso in braccio il bimbo, lo portano nella chiesa di S. Maria, ove sostano in ginocchio (flexis poplitibus) presso l'altare del Santo. (18) La scena commuove i presenti e la concentrazione della piccola folla intorno richiama l'attenzione del parroco o abate, un uomo buono e paterno, anch'egli di nome Pietro, omonimo del Santo. 
  
Avvicinatosi, vede le lacrime, il visetto sconvolto del bimbo (un tumulto di riccioli neri), comprende e subito a passi svelti e lievi si reca in sacrestia, apre la cassetta contenente l'abito di S. Pietro, lo tira diligentemente fuori, se lo pone tra le mani e torna indietro per regalare certezze alla presenza di tutti. Giunto davanti all'altare, alza il cilicio, lo mostra, poi con gesto delicato e riverente lo stende sul fanciullo, che benedice con segno di croce. Al contatto il sangue torna a rifluire nella parte immobilizzata, il viso del bimbo si ricompone, Lioto si sente guarito, miracolato, un bambino nuovo. Allora all'angoscia, allo strazio subentra la gioia. Padre, madre e figlio tra l'ammirazione gratificante dei presenti non si stancano di baciare la veste miracolosa del loro patrono (devotissime tunicam ipsam extitit osculatus). Il ritorno alla propria dimora e una litania ininterrotta di lodi e benedizicrni. Anche Lioto va a casa, ma camminando da se (suis pedibus). Uscendo di chiesa, soffia con la manina un ultimo bacio a S. Pietro. 
 
 

L'epilessia di Maria
Pietro, abate di S. Maria, narra con plastico realismo altro analogo prodigio, operato d.al Santo attraverso il suo abito a favore di una giovinetta trebana di nome Maria (quaedam Puella Trebensìs nomine Maria), (19) la cui strana malattia e miracolosa guarigione gli offrono l'occasione per un'analisi indicativa e risolutiva del male. Nella descrizione infatti i lineamenti della fanciulla, che rivelano esigua esperienza di vita, man mano che lo sguardo li scorre nella loro unita fisionomica sembrano farsi più marcati e profondi, come se il vomere d'un crudele aratro temporale vi si accanisca per renderli ancor più aspri e risentiti; si direbbero una specie di specchio deformante del dolore umano, di muto terrore, che si prova di fronte alla voragine spalancata del nulla. Ma al cuore spogliato di certezze c'e sempre una speranza. 
 
Maria non e posseduta da spiriti maligni, come può credersi, bensì e affetta da forma epilettica degenerata. (20) Da tempo i momenti di lucidità si son fatti sempre più rari e durante gli attacchi perde anche la coscienza primaria: un sintomo nell'area di quelli comunemente definiti fenomeni parapsichici. Una notte (silenctio noctis) si sveglia e comincia a gridare, contorcendosi convulsamente sul letto in uno sviluppo di gambe e di braccia, in una mischia di smorfie e di ululati, come spezzata da dolore e da terrore. Si strappa i capelli, si pizzica le gote, le salgono alle labbra urla laceranti, prende a pugni i muri come sconvolta da un'ira feroce e belluina. La casa sembra un maledetto manicomio. Le vicine odono, corrono alla finestra, si consultano, decidono di intervenire. Allora, fatto crocchio sull'uscio, bussano. Al rumore Maria corre alla cieca verso la porta, alza gli occhi, fissa le nuove arrivate con la bocca spalancata, poi riprende a impazzare: ha il corpo scosso da sussulti, i tendini del collo sporgenti e tesi, i gesti insensati. I genitori sono li inebetiti, inchiodati al muro, impotenti a braccarla, mentre pensieri funesti s'infiltrano nella loro consapevolezza come gocce d'acqua tra rami di salice battuto dalla pioggia. 
  
Le comari la guardano in silenzio, piangono anch'esse, tentando a tratti di prestarle soccorso. Poi: "Ci vuole un tentativo disperato, ma come si fa col medico " mormora qualcuna. " Meglio rivolgersi a un prete " suggerisce l'altra. " Perché non importarla a S. Pietro? " conclude una terza. E' l'idea. Le addossano le robuste braccia contadine e, fiduciose nella protezione di lui, trasudando sollecitudine, la trascinano verso S. Maria, al sepolcro del Santo. Col volto nascosto tra le mani scosse da tremiti nervosi, Maria prova a divincolarsi, si contorce, sghignazza, ma il coraggio umile e deciso delle donne arriva in porto. Sulla soglia della chiesa la fanciulla fa l'ultima resistenza (ad ecclesiam nullatenus intrare volentem): gli occhi le escono dalle orbite ora assenti, ora assorti in ricordi angosciosi, poi crolla, cedendo alla forza. Nell'interno il tempio e casa del pianto: preghiere, suppliche, invocazioni ardite e disperate. Neanche l'abate Pietro può sottrarsi alla psicosi del momento. Chiamato d'urgenza, si porta sollecitamente la, ove lo spettacolo dei presenti lo intenerisce. Una giovane cosi ridotta e in famiglia come un sepolcro aperto. Ma trova subito il rimedio. 
  
Estrae dalla cassa di custodia il cilicio di S. Pietro, indossa gli abiti sacerdotali (indutus veste sacerdotali) come per un solenne rito liturgico e in piccolo corteo con ceri accesi reca processionalmente la reliquia verso l'inferma .prostrata in stato comatoso davanti all'altare del Santo. Avvicinatosi, la distende devotamente sulla fanciulla, cui implora divino aiuto, segnandola con segno di croce. Nel silenzio assorto del momento non s'odono più lamenti; la fiducia attanaglia occhi e animi. Tutti osservano sperando. Il contatto con l'abito del Santo crea in Maria qualcosa di arcano, che fa pensare alla gioia che inonda il cuore, quando alla fine d'un tribolato cammino si raggiunge una meta lungamente agognata. Un senso di vita la pervade; il suo corpo scomposto, senza fiato, prende a muoversi morbido come la grazia del mattino. S. Pietro risana anche lei, come Lioto, perché canti ai posteri le meraviglie della sua misericordia. Sorridendo alla giovane, il cielo ne accarezza il velluto del primo rossore. 
 



Un tumore alla gola
Una donna (21) di Trevi si vede appassire fugacemente l'esistenza a causa 'd'un ascesso tumorale alla gola, clinicamente indicato con nome di postema o apostema (de postemae aegritudine... graviter laborabat). Il virulento gonfiore ne svuota l'energia muliebre, ne svilisce gli entusiasmi. Rifugiata nella selva di laceranti stati d'animo, in stagioni vestite di tristezza e angoscia, s'appella con disperata volontà alle possibili terapie farmaco-sanitarie del tempo, sottoponendosi anche a fatture e incantesimi nell'estremo tentativo di por fine alla sventura, che le saccheggia irrimediabilmente i giorni. Ma ne le cure mediche, ne i tentati interventi chirurgici, neppure le più abili destrezze dell'arte magica (nullius incantationibus), provate da esperte comari, arginano il processo suppurolento dell'apparato laringoidale. 
  
I dì le spuntano come gelide stelle su aurore senza sole. Avvilita dal male, trivellata di pensieri, dissanguata nelle vene e nella borsa (multa exnendit in medicis), pr.esa da rabbiosa reazione con ugola straziata si da a maledire l'impotenza dei farmaci, la cieca afonia dei morti incantesimi, l'incapacità dei medici, l'inutilità dei loro consigli; s'aggrappa pero all'ultimo resto di coraggio, alla speranza in uri miracolo di. S. Pietro. Fatto un falò delle ricette, s'arma di pietra e si porta in chiesa presso l'altare del Santo, sostandovi in preghiera. 
L'orazione e lunga e fiduciosa; rasenta i limiti dello spasimo.
  
 " Voglio un miracolo! " - geme con l'eco d'una segreta stanchezza nel cuore e nel tempo - " Voglio un miracolo! ". Un prete, che l'osserva, ne intuisce il disagio, le si avvicina, ne ascolta la richiesta, quindi, estratta una reliquia di S. Pietro, (22) l'accosta alla gola della donna con atto benedicente (cum sancti Petri reliquijs guttur eius signavit). Il contatto ne ringiovanisce i tessuti e la gola riprende a parlare speditamente. La piaga guarisce nel segno della fede. Per la buona donna di Trevi sulla tavolozza dei giorni con il rigoglio della vita spaziano ancora in gamma argentata stagioni da esplorare e memorie da raccontare; anche briciole d'arcano, che le canta dentro, quando pensa al suo protettore S. Pietro. 


I penitenziali (23)
Gli Atti della vita di S. Pietro Eremita convincono che molti altri furono i miracoli e prodigi, compiuti dal Santo dopo la morte, ma ama sottolinearne uno caratteristico, che Pierantoni (24) così riassume: " Molti altri furono gli infermi che per i meriti di questo Santo riportarono dalle loro malattie la desiderata salute; e molti li ciechi illuminati et altri in diverse maniere beneficati: e fra questi fu singolare il miracolo operato in un penitente, il quale portando per sua penitenza alle braccia alcuni cerchi di ferro, (25) per grazia ricevuta da S. Pietro restarono rotti, et infranti; e questi fino a questi nostri giorni (dice l'Autore della Vita) si vedono appesi per voto sopra l'altare di esso Santo, in testimonio di sua lode maggiore e della sua potente efficacia in cielo a pro de suoi devoti ". 
 
 Testi tratti da Pietro Eremita L'uomo della speranza da Rocca di Botte a Trevi

 

 
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